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La granda kaldrono (Il grande calderone)

Scritto da Nicola Minnaja. Archiviato in Letteratura

Le guerre che avevano funestado buona parte del secolo scorso avevano sconvolto anche il popolo esperantista, ed avevano lasciato tracce nella sua letteratura. Abbiamo qui passato in rivista le opere più significative di narrativa: Kiel akvo de l’ rivero, di R. Schwartz, si era soffermato sulle vicissitudini dei territori di confine fra Francia e Germania a cavallo della prima guerra mondiale, scivolando anche sulle vicende sentimentali di giovani, divisi dai confini nazionali; J. Baghy in in Viktimoj e Sur sanga tero aveva trasferito i suoi ricordi di prigioniero di guerra in Siberia: T. Soros in Modernaj Robinsonoj (tradotto in italiano col titolo Robinson in Siberia) aveva raccontato in prima persona il suo avventuroso ritorno da un campo di prigionia, e in Maskerado ĉirkaŭ la morto), tradotto in italiano col titolo Ballo in maschera a Budapest) la sua esperienza in uno dei periodi più cupi, la dominazione tedesca in Ungheria alla fine della prima guerra mondiale. Il pubblico si aspettava un romanzo meno episodico e più profondo, e accolse con favore l’opera di J. Francis, uscita nel 1974, ma scritta alla fine degli anni ’60, quando i ricordi erano più freschi. Il titolo è La granda kaldrono (Il gran calderone: così l’autore definisce la guerra,che raccoglie e consuma uomini e sentimenti, e la osserva soprattutto dal punto di vista del popolo scozzese  travolto da impulsi diversi (da una falsa sicurezza di invulnerabilità all’impulso patriottico di fare il volontario, ma scegliendo l’arma più prestigiosa o con la divisa più bella, ai disagi nella vita civile). Il personaggio principale è una figura storica, un uomo politico scozzese , antimilitarista anche durante la guerra. A lui si affiancano due famiglie, pure scozzesi, i cui figli partecipano agli eventi bellici. La struttura narrativa è originale: i giovani protagonisti sono di  due generazioni diverse, e la narrazione trascina il lettore da da una guerra all’altra quasi senza che se ne renda conto. Gli eventi militari sono diversi, ma l’angoscia che li accompagna li accomuna.
E a questo punto voglio citare un’ altra testimonianza: Londonanidoj, Piccoli londinesi.  Autobiografico, parla di un gruppo di ragazzi sfollati da Londra per sfuggire ai bombardamenti. Il libro è vivace, la lingua è matura: l’autore, D. W. Munns, faceva la scuola elementare e aveva appreso l’esperanto in un anno. Si tratta del primo ragazzo che abbia scritto in esperanto. Una promessa? purtroppo no. Morì improvvisamente  a 15 anni, nel 1945, e il libro è stato pubblicato postumo nel ‘46. Ne lascio il ricordo con commozione.

Curiosità della Divina Commedia in esperanto

Scritto da Redazione. Archiviato in Letteratura

La letteratura esperantista, oltre che di opere originali, consta anche di traduzioni. Uno dei libri che da sempre ha attirato l'attenzione di poeti e studiosi è stata la Divina Commedia di Dante Alighieri ed in diversi hanno provato a rendere in lingua esperanto la storia e le atmosfere dell'opera. 
Quando, nel 1933, fu pubblicata in volume la traduzione in Esperanto di Kàlmàn Kalocsay dell’Inferno di Dante, sfuggì un grave errore nel primo canto, perché, al posto dei versi 28-29, furono ripetuti i versi 16-17 (allegato 2), sicché questo fu il risultato:
 
mi, ekrigarde, la montsupron vidis,
radivestita de l’ Planedo glora,
18           kiu la homajn paŝojn ĉiam gvidis.
 
Ripoziginte lacan korpon mian,
mi, ekrigarde, la montŝultrojn vidis,
30           radi-vestitaj de l’ Planedo glora,
 
 
Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
L’incongruenza non fu corretta quando, nel 1979, la Literatura Foiro ristampò il volume, utilizzando le immagini originali: o perché nessuno si era accorto della stranezza, o perché si trattava di una pura riproduzione dell’originale, o (infine) perché non si sapeva che cosa mettere al posto dei versi incriminati (29-30).
Adesso, il recupero e la paziente digitalizzazione dei numeri “storici” della rivista "L'Esperanto" risolve l’enigma.
Nel numero di ottobre 1931 di quella che all’epoca si chiamava “Rivista Italiana di Esperanto” è pubblicato il primo Canto dell’Inferno nella traduzione di Kalocsay, da cui veniamo a sapere che i versi giusti sono questi:
 
Ripoziginte lacan korpon mian,
sur kalva mont’ la vojon mi reprenis,
30           pli suban gambon ekstreĉante ĉiam.
 
Kàlmàn Kalocsay è uno dei più famosi poeti della letteratura (anche originale) esperantista. Non è infruttuoso, però, un confronto con altre traduzioni dell'opera
 
Ripoziginte iom korpon lacan,
ree mi iris tra dezerto, kie
pied’ en movo ĉiam pli altiĝis.
(Giovanni Peterlongo)
 
Post kiam min ripozo forta faris,
ekgrimpis mi al la dezert’ senflora,
pied’ malsupra ĉiam firme staris.
(Eugen Wüster)
 
La palma della traduzione migliore va alla seguente, che usando un linguaggio semplice e immediato, riesce a rendere non solo le parole, ma anche l’atmosfera dell’originale:
 
 
Mi paŝis la dezertan limorandon
Ekripozinte de la laco pena
Kaj tenis sube la pli firman plandon.
(Enrico Dondi) 
 
È noto che Kalocsay aveva l’abitudine di modificare ripetutamente le sue traduzioni, sicché finora si potevano incontrare diverse versioni della stessa poesia (Rivista italiana di Esperanto, Literatura mondo, Itala antologio, Tutmonda sonoro). 
Adesso mi accorgo che sue traduzioni (dall’Inferno di Dante) sono apparse anche sulla rivista italiana. Ecco, quindi, come viene diversamente interpretato il famoso “gran rifiuto” (Inferno  3,58-60):
 
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
60           che fece per viltade il gran rifiuto.
 
 
Kelkajn rekonis mi, kaj jen vegetis
ombro de tiu, kiu per abdiko
60           poltrona la Rezignon Grandan metis.
(1933, ristampa LF 1979)
 
Kelkajn rekonis mi, kaj jen vegetis
ombro de tiu, kiu el malpia
60           malbravo la abdikon grandan metis.
(Rivista italiana di Esperanto, dicembre 1931)
 
Per completezza, ecco come il passo è stato tradotto da Enrico Dondi: 
Jen, mi rekonis kelkajn laŭvizaĝe
kaj l’ ombron de la hom’, kiu konceptis
fari rezignon grandan malkuraĝe.