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Approfondimenti

A237 - Alla scoperta del sappadino

Scritto da Massimo Acciai. Archiviato in Approfondimenti

Sappada

Stato: bandiera Italia
Regione: Veneto
Provincia: stemma Belluno

Sappada è un paese sulle Dolomiti bellunesi, a 1200 metri d’altitudine, con una popolazione di poco superiore al migliaio; oltre ad essere un centro turistico molto frequentato sia d’estate che d’inverno (ci sono bellissimi sentieri panoramici ed ottime piste da sci), ricco di storia e di tradizioni (ogni anno si tiene famoso carnevale sappadino) ha un’altra particolarità che può sfuggire al semplice turista ma che suscita molto interesse tra gli studiosi di linguistica: vi si parla, oltre all’italiano, un idioma non parlato altrove, con caratteristiche particolari.

Che i sappadini siano bilingui si intuisce subito conoscendo l’altro nome del luogo, quello nella lingua locale, che nulla c’entra con l’italiano: Plodn. Pare che quest’ultimo toponimo sia collegato al nome tedesco del Piave (“Plat”) che scorre nei pressi del paese; ma il lettore non giunga alla conclusione che a Sappada si parli tedesco (o tedesco-austriaco vista la vicinanza della frontiera, pochi chilometri in linea d’aria): il sappadino è unico e deve le sue particolarità al lungo isolamento della popolazione, circondata da parlanti di lingue romanze. L’origine del sappadino (o “plodar”) va ricercata infatti in Austria, nel medioevo, circa un millennio fa: all’epoca le antiche famiglie, che danno il nome ad altrettante borgate in cui si suddivide Sappada, si trasferirono in questa valle, in fuga, secondo la leggenda, da un tirannico signore.

Trascorrendovi ormai da tempo le mie vacanze estive ed imparando col tempo ad amarne i paesaggi e la gente, con addosso il sapore delle buone cose del passato ma al tempo stesso proiettata verso il futuro, mi sono incuriosito anche riguardo all’aspetto linguistico.

Come molto minoranze linguistiche, anche il sappadino è a rischio avendo pochi parlanti, meno di un migliaio (ricordo un signore indigeno che dava la colpa tra l’altro ai sempre più frequenti matrimoni con forestiere, soprattutto romane, poco propense ad imparare la lingua del luogo) ma si difende bene. Se la lingua antica si è conservata fino ai giorni nostri, ed è oggetto di studio da parte di filologi e glottologi, ancora più notevole è il lavoro di tutela e trasmissione che i sappadini – giustamente orgogliosi della propria lingua e delle proprie radici – compiono ancora oggi per promuoverne l’uso vivo, insegnandola a scuola e attraverso pubblicazioni, come ad esempio il “Frasario del sappadino” di Cristina Kratter e Marcella Benedetti (ne ho avuto in dono una copia direttamente al municipio, con tanto di bollo del comune, quando ho manifestato interesse verso questa lingua – per me del tutto incomprensibile ma piena di fascino).

Nella biblioteca di Sappada, situata nello stesso edificio del municipio, ho trovato anche altri libri didattici, ad uso scolastico soprattutto, ma il volume di Kratter e Benedetti (il titolo completo è “Ans, kans, hunderttausnt. Berter saint et schtane”) è a mio parere il più indicato per accostarsi a questa straordinaria parlata, sia per l’approccio “scientifico-popolare” (come sottolineano le autrici nella prefazione, ossia accurato ma al tempo stesso rivolto non agli studiosi ma alla gente comune) sia per gli esempi contenuti, tratti dalla vita quotidiana, reale, dei sappadini, colti nelle loro conversazioni tipiche. La lingua quindi non disgiunta dalla mentalità e dai costumi di chi la parla “perché tutti sappiamo che la lingua con cui cresciamo rimane per sempre parte di noi e contribuisce a formarci, sta alla base del nostro essere uomo e donna.” (tratto sempre dalla prefazione).