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Alcune note sull’Associazione Esperantista Catalana e sul movimento contro la discriminazione linguistica

Scritto da Redazione. Archiviato in Approfondimenti

Rùben FERNÁNDEZ ASENSIO (1974) si è laureato in filologia catalana all’Università di Barcellona e in linguistica applicata all’Università delle Hawaii. Ha insegnato lo spagnolo e tavolta l’Esperanto in Corea del Sud, in Giappone e alle Hawaii. Attualmente lavora come consulente in ambito linguistico e glottodidattico per le scuole pubbliche catalane. Si interessa della storia sociolinguistica delle Hawaii e della Catalogna, di politica linguistica e di metodi glottodidattici.

 

MR: Quando e perché l’Associazione Esperantista Catalana ha iniziato ad attivarsi contro la discriminazione linguistica?

RFA: Che l’AEC sia impegnata contro la discriminazione linguistica in senso più generale è evidente fin dai suoi princìpi fondamentali:

I diritti linguistici, sviluppati sulla base dei diritti umani, sono un elemento essenziale di libertà e di pace.

L’uguaglianza dei diritti linguistici degli individui e delle comunità è essenziale per tale finalità.

Tuttavia, l’AEC non è un’organizzazione politica, ma un’associazione culturale. Così, essa non solo non ha mai preso a bersaglio precisamente “la discriminazione linguistica operata dal governo spagnolo”, ma pure in nessun modo potrebbe segnalare la sua opinione a quel governo. Anche nel suo operato, l’AEC non si è limitata a un’opposizione allo stato spagnolo, né ai suoi confini; ad esempio, l’AEC ha spesso mirato a richiamare l’attenzione sullo stato della lingua occitanta e ha preso parte a manifestazioni e azioni a favore della sua protezione, per quanto io un po’ dubiti che si possa parlare di ‘un impegno contro la discriminazione linguistica operata dallo stato’ nel caso della Francia. A tal proposito, non si dimentichi che parte del territorio di lingua catalana si trova in Francia e in Italia, le cui politiche linguistiche sono spesso più ostili alle lingue regionali di quelle dello stato spagnolo.

Di fatto, aggiungerei persino che (stando a una mia impressione: il mio predecessore Hektor la rettifichi, se occorre) l’AEC non è divenuta più attiva grazie alle ultime vicende politiche, ma era anzi più animata negli anni ottanta e novanta. A quel tempo, essa ha lottato per la diversità linguistica a tutti i livelli, non solo con parole e manifesti, ma – cosa più importante – anche con fatti e azioni. Così, dato che pensavamo che un’organizzazione non governativa specializzata sul linguaggio come la UEA avrebbe dovuto articolarsi per comunità linguistiche anziché per stati, abbiamo osato candidarci come associazione nazionale. Per quell’arditezza l’AEC ha pagato un grande prezzo, quasi ridotta a paria nella comunità esperantista internazionale. I membri avrebbero potuto assecondare il consiglio direttivo a tal proposito, e transitare in massa alla Federazione Esperantista Spagnola, ma ciò non è avvenuto; al contrario, la loro fedeltà si è rafforzata, poiché hanno constatato come i suoi princìpi siano incompromissibili. Penso che ancora oggi l’AEC sia più animata e appetibile della FES proprio perché è inflessibile. Io stesso sono divenuto esperantista dopo quel contrasto con la UEA, e quella condotta coerente mi è piaciuta.

MR: Lo stato spagnolo discrimina la lingua catalana?

RFA: Peraltro, anche il significato di “discriminazione linguistica” dovrebbe essere precisato. So che, secondo la sua Costituzione, la Repubblica italiana “tutela le minoranze linguistiche” (art. 6). Per noi, eppure, la distinzione concettuale tra lingue regionali e statali è essa stessa discriminatoria:

Noi consideriamo la distinzione concettuale e di valore fra lingue internazionali, nazionali e regionali come una manifestazione di imperialismo linguistico. Un lingua neutrale come l’Esperanto può operare da ponte, favorendo e rimarcando la piena uguaglianza delle lingue.

Penso che qui risieda la causa sostanziale di incomprensione fra italiani e catalani a proposito della politica linguistica; i catalani non vogliono una tutela caritatevole, ma una piena uguaglianza, in considerazione di circostanze storiche e politiche che preciserò subito di seguito.

Un’altra importante causa di incomprensione, questa volta fra catalani e spagnoli, verte sulla definizione di ‘uguaglianza’. Uomini e donne, ad esempio, devono godere degli stessi diritti, benché essi siano così diversi che, in media, gli uomini sono fisicamente più forti delle donne. Per questa ragione in quasi tutti gli sport essi concorrono separatamente. Sarebbe certo ridicolo proporre, in nome dell’‘uguaglianza’, di abolire tale divisione, così che le atlete debbano sempre concorrere con gli atleti e mai separatamente, non è vero? Ebbene, moltissimi propongono propongono proprio questo per le lingue, soprattutto in Spagna (e nei paesi di lingua inglese, dove domina la religione del ‘liberalismo’). Per questo, dato che ‘giustizia’ non significa sempre ‘uguaglianza’, l’AEC propone una diversa politica linguistica:

Per contribuire a quest’equilibrio, noi consideriamo necessaria una discriminazione positiva per giungere alla normalizzazione delle lingue alloglotte nel loro ambiente o territorio, e difendere così la diversità linguistica.

A mio avviso, l’espressione ‘discriminazione positiva’ è inadatta e assai imprecisa, mentre invece la formula di ‘lingua alloglotta’ anziché ‘minoritaria’ esprime bene due fatti fondamentali: primo, la distinzione fra lingua maggioritaria e minoritaria è dettata solo dai confini politici degli stati; così, lo spagnolo, il francese e l’italiano sono lingue maggioritarie in Spagna, in Francia e in Italia, e minoritarie invece negli Stati Uniti, in Canada e in Svizzera, rispettivamente. Secondo, financo nel caso di lingue che abbiano obiettivamente molti meno parlanti di quelle a loro vicine, ciò non risulta essere una mancanza ‘naturale’ o una mutilazione che impedisca per sempre un loro uso normale nel territorio per tutte le funzioni sociali (scuole, mass media, amministrazione, mercato). Si pensi solo alla lingua islandese, che è parlata da 300.000 persone, e la si compari con il catalano, che è parlato dai 7 agli 11 milioni.

Oltre a ciò, una minoranza linguistica non è affatto una cosa ‘naturale’, ma ‘artificiale’ (o, come direbbero gli esperantisti, pianificata), che vincola all’uso esclusivo di una sola lingua in ogni stato negli ultimi 500 anni. A causa di questo monopolio di strumenti statali, alcune lingue hanno invaso il territorio delle altre, sottraendo sfere d’uso già esistenti, o mai ammettendole in nuove. Inoltre, all’inizio questa repressione è stata assolutamente consapevole e intenzionale prima di diventare ‘ovvia’. Nel caso della lingua catalana, è stato molto importante il divieto d’uso e insegnamento nelle scuole, deliberato dal re francese Luigi XIV nel 1672 e dal sovrano spagnolo Carlo III nel 1768.

Per le ragioni sopra delineate, è comprensibile che esigere subito un’uguaglianza assoluta fra lingue che hanno avuto diseguali diritti nei secoli, una a discapito dell’altra, sarebbe una falsità e un imbroglio. L’obiettivo dei catalani è normalizzare la loro lingua, ed è perciò necessario un regime che compensi i danni inflitti per generazioni. Così, quando negli anni ottanta abbiamo riottenuto l’autogoverno, tutti i nostri politici hanno subito convenuto che il catalano fosse la sola lingua delle nostre scuole pubbliche e dei mass media. Ciò non si definirà però ‘discriminazione positiva’, ma più precisamente ‘una politica linguistica compensativa’. Quanto alla scuola, quel regime in cui tutto si insegna in catalano si definisce ‘immersione linguistica’ (immersió lingüística), per quanto sia più bella in Esperanto l’espressione ‘enlingvigo’.

Più notevole è il fatto che la diffusione di questo regime lingiustico nelle scuole sia iniziata spontaneamente tra le famiglie immigrate di lingua spagnola nelle città proletarie, prima che ciò venisse sancito e imposto dal nostro Parlamento, fra l’altro perché queste erano consapevoli che, a causa dell’instaurazione del governo catalano, chi è bilingue avrebbe avuto più opportunità di lavoro rispetto a chi è monolingue, e che solo una scolarizzazione esclusivamente in catalano avrebbe garantito la conoscenza di quella lingua in città e quartieri dove essa si sentiva a stento nelle strade. Tale situazione ha replicato quanto avvenuto in Canada dopo l’istituzione del governo di lingua francese in Québec, che ha stimolato l’apertura di scuole di sola lingua francese per bambini anglofoni, persino fuori dal Québec. E non è necessario rammentare come in Canada nessuno si sia rivolto ai tribunali contro insegnanti e presidi per aver leso i diritti dei bambini, non insegnando loro nella loro lingua materna.

Questa politica linguistica compensativa è stata attaccata dalla Corte Costituzionale spagnola nel 2010, nel suo verdetto sul nuovo Statuto di Autonomia catalano. Ciò ha portato molte associazioni culturali catalane ad attivarsi politicamente. Il miglior esempio è rappresentato da Omnium Cultural, fondata nel 1961 per la diffusione della lingua e della cultura catalana. Io stesso sono membro di questa associazione, che ha organizzato l’imponente manifestazione del luglio 2010 contro il verdetto. L’ottobre scorso, Omnium ha dichiarato pubblicamente che il suo nuovo obiettivo fondamentale è il conseguimento di uno stato indipendente per la Catalogna. In parallelo sono apparse nuove associazioni, come l’Assemblea Nazionale Catalana, che fin dall’inizio ha finalità politiche, ma è una piattaforma civica più che un’associazione. Questa ha organizzato inoltre la manifestazione dell’11 settembre scorso a Barcellona.

Paradossalmente, gli ultimi avvenimenti politici, a mio avviso, hanno in parte compromesso questi princìpi. Noi credevamo nella possibilità di una giustizia linguistica universale, nella possibilità di costituire stati davvero plurilinguistici, e nella possibilità di far sviluppare la lingua catalana all’interno della Spagna, ma gli ultimi passi del governo spagnolo hanno dimostrato che, alla fine, senza un proprio stato non si è nessuno. Di ciò si sono convinti sempre più catalani, e per questo l’indipendentismo è divenuto maggioritario. Il necessario assestamento dopo la disullusione non è cosa facile, e i mutamenti della psicologia di massa sono profondi: da sudditi abbiamo deciso di diventare sovrani. Permettetemi di trasporre la faccenda alla teoria psicologica e comparare il nostro stato con un fallo: abbiamo deciso di non ESSERE più il fallo (o il suo sembiante), ma di AVERE un fallo, cosa che esigerà un divorzio traumatico dalla Spagna.

Comprensibilmente, e come per tutti gli altri catalani, la nostra comune presa di coscienza ci fa assai ben sperare, e ci fa credere nella concreta possibilità di liberarci dalle nostre catene, ma, nel mio caso, e parlando a titolo personale, come esperantista io provo un po’ di disagio, proprio perché abbiamo dovuto assumere un’ideologia in precedenza contrastata, ovvero lo statalismo, il che è un po’ come se le femministe si facessero sotenitrici di un regime patriarcale. Se usassimo i termini specifici relativi alla storia esperantista e a quella ebraica, direi che i fatti impongono a noi umanitaristi di diventare sionisti: vogliamo fondare un nostro stato per impedire per sempre il nostro sterminio.

MR: Secondo l’articolo 3.3 della Costituzione spagnola: “La ricchezza delle diverse modalità linguistiche della Spagna è un patrimonio culturale che sarà oggetto di un particolare rispetto e protezione”.

RFA: La sua somiglianza con l’articolo 6 della Costituzione italiana è subito avvertibile. Immagino persino che, a tale proposito, la Costituzione italiana abbia ispirato la spagnola. Ma anche le differenze sono evidenti, cosa che mi fa pensare che entrambi gli aspetti interesseranno e saranno comprensibili agli italiani, per quanto io svierò un poco dalla tua domanda.

Primo, la legge spagnola usa un’enunciazione pessima e imprecisa (‘modalidades lingüísticas’) che ha obbligato l’autore della sua traduzione ufficiale in italiano a sostituirla con ‘pluralismo linguistico’. Io, sospettosamente, ritengo che tale cambiamento sia stato fatto con l’intenzione di non fornire ai parlanti di queste ‘modalità’ una qualsiasi personalità giuridica che possa far meritare ad essi un status di ‘minoranza’. Di fatto, la Costituzione nega persino il nome di ‘lingua’ a queste ‘modalità’, quasi lo stato-nazione potesse avere una sola lingua.

Secondo, è anche bene rimarcare che, a differenza della Costituzione italiana, la spagnola parla al futuro, non dice ‘è’ o ‘sia’.

Terzo, mentre in Italia è assai chiaro che ‘la Repubblica’ protegge queste lingue, l’articolo spagnolo si presenta al passivo, non chiarendo a chi spetti il diritto o il dovere di questa protezione.

Infine, la menzione di ‘apposite norme’ manca del tutto nella legge spagnola.

Si tratta solo di piccoli dettagli, che non cambiano i risultati finali? Sì e no, in un certo senso. È sconfortante constatare come, a dispetto di una enunciazione assai più chiara e assertiva, l’efficacia del testo italiano non sia stata molto più benefica. Come sappiamo bene, sono passati 50 anni prima che le ‘apposite norme’ ordinate dalla Costituzione italiana – dibattute in Parlamento per 20 anni – si concretizzassero nel dicembre del 1999. Quale governo avrebbe permesso per mezzo secolo il cedimento progressivo di un’antica cattedrale per pura disattenzione? Venezia potrebbe sprofondare nel mare così a lungo senza che Roma dettasse specifiche leggi per proteggere un simile patrimonio? È ben visibile l’uso di due diverse misure. Purtroppo, mentre i cittadini hanno diritto di rivolgersi ai tribunali contro delle leggi ingiuste, apparentemente non è possibile fare lo stesso contro delle ‘non-leggi’ ingiuste.

Inoltre, per comprendere bene che cosa abbia realizzato effettivamente questa legge, è necessario ricordare ciò che ho evidenziato comparando la Costituzione italiana e i princìpi fondamentali dell’AEC: la ‘protezione’ stessa, per quanto fatta con buone intenzioni, connatura e sanziona la disuguaglianza fra ‘chi protegge’ e ‘chi è protetto’. Così, ogni legge ‘che protegga’ le altre lingue, ha potenziato al contempo lo status superiore dell’italiano. Lo Statuto di Autonomia del Trentino-Alto Adige del 1972 parifica il tedesco all’italiano “che è la lingua ufficale dello Stato”. Proprio questa legge ha citato la Corte Costituzionale quando nel 1982 ha autorizzato l’istanza sull’uso dell’italiano nei giudizi penali, e, di conseguenza, il dovere di sapere l’italiano. La stessa legge 482/1999, nonostante la sua finalità dichiarata di proteggere le lingue minoritarie, nel suo primo articolo legittima ciò che la Costituzione non asserisce: “La lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano”. In seguito, nella sentenza 159/2009, la Corte Costituzionale ha cassato la legge del governo autonomo del Friuli-Venezia Giulia che aveva osato fare del friulano lingua generalizzata in tutte le scuole, anziché opzione da richiedere. Rifacendosi alla legge 482/1999, i giudici hanno argomentato che le lingue minoritarie non sono da considerarsi come “alterative all’italiano”.

Mai prima di allora è stato così evidente come una minoranza linguistica non sia che un’artefatta aberrazione legale. Ancora una volta, si constati come affermare la protezione su di un altro significhi affermare di fatto, in termini di privilegi, una relazione diseguale. Si pensi al tempo in cui le donne non solo non avevano il diritto di votare alle elezioni, ma erano anche, giuridicamente a tutti gli effetti, minorenni come bambini. Un tempo non così lontano! Mia madre e tutte le spagnole della sua generazione, vissute sotto il dittatore Franco, non avevano il diritto di viaggiare all’estero o comprare una casa senza il permesso dei loro mariti, proprio perché questi erano i loro tutori legali. Naturalmente, esistevano anche leggi basilari per proteggere la dignità della donna, e la violenza era proibita. Cionosostante, la violenza sessuale perpetutata dai ‘tutori’ stessi non era un crimine secondo la legge. Ebbene, proprio il loro ‘tutore’ era più temuto dalle protette, ché proprio quello, a causa della sua relazione esclusiva, aveva il massimo potere di opprimerle. La lingua che ostacola lo sviluppo del friulano o del sardo altra non è che quella dello stato, mentre lo stato stesso che tutela bada bene che non ci si possa sottrarre a quel giogo. Riassumendo: è la volpe che sorveglia le galline.

Tornando alla Spagna, potremmo dire che quest’innesto italiano nella Costituzione spagnola è stato un bene e un male, poiché la sua enunciazione imprecisa ha ceduto pressochè completamente l’autorità in materia di politica linguistica alle regioni autonome, a volte per il bene ed altre per il male. Tuttavia, anche questo principio è stato liquidato dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale spagnola sullo Statuto della Catalogna. Si osservi il caso della lingua aranese/occitana: nell’ottobre del 2010, sebbene già prima la sentenza sullo Statuto di Autonomia non avesse riconosciuto al catalano il ruolo di lingua ‘privilegiata’ in Catalogna, il Parlamento catalano ha promulgato una nuova legge sulla lingua aranese. Nel luglio del 2011, il governo socialista ha fatto appello alla Corte Costituzionale contro quegli articoli che fanno dell’aranese la lingua ‘privilegiata’ nell’amministrazone della Val d’Aran, ragion per cui la legge è ancora adesso sospesa e da valutare. Tali articoli garantivano la preferibilità della lingua aranese per le relazioni fra la Generalità e le amministrazioni locali della Valle e fra le amministrazioni stesse. In modo assai stupido e poco comprensibile, offende lo stato spagnolo il fatto che i sindaci della Valle non usino lo spagnolo per scriversi fra di loro! In ogni caso si rende evidente in modo lapalissiano la condotta fondamentale dello stato: né esso stesso ‘rispetterà e proteggerà’ il patrimonio linguistico e culturale dell’Aran, né permetterà d’altronde che sia la Generalità a farlo.