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Perché l'inglese non basta

Scritto da Simone Zoppellaro - traduzione di Luigia Oberrauch Madella. Archiviato in Approfondimenti

"Se parli ad un uomo in una lingua a lui comprensibile, la tua parola arriva alla sua testa. Se gli parli nella sua lingua, essa va al suo cuore." (Nelson Mandela). Su questa verità inconfutabile converrebbero sicuramente molti politici, diplomatici e tutti coloro che hanno lavorato in un'istituzione o in un ambiente internazionale. Ma, come mostra l’Accademia Britannica - l'accademia nazionale delle scienze umane e sociali del Regno Unito - nel rapporto Rimasto senza parole: il bisogno delle lingue nella diplomazia britannica e nella sicurezza non è solo una questione di sentimenti.


Immaginate ora un posto di blocco in Iraq , Afghanistan o in un altro paese in guerra. "Ferma il veicolo e solleva in alto le mani!", ordina il soldato, in inglese o in un'altra lingua che il conducente non capisce. Le conseguenze di una tale situazione sarebbero, come effettivamente sono nella realtà, spesso tragiche. Come si legge nel rapporto, pubblicato nel novembre 2013: "L'abilità degli ufficiali militari e delle pattuglie di comunicare con le comunità locali durante le operazioni di terra può aiutare non solo l'impegno locale, ma potrebbe anche significare la differenza tra la vita e la morte".

Situazioni che sembrano meno estreme, ma con conseguenze uguali o ancor più gravi, si verificano ogni giorno nella diplomazia e nella politica internazionale, quando ogni parola persa, ogni più piccola incomprensione linguistica o culturale nata a causa della mediazione di traduttori o interpreti, può avere effetti notevoli sulla vita di tutti noi. "Una buona conoscenza della lingua - e quindi della cultura - dell'altro costituisce la base della comprensione, senza la quale non è possibile una buona convivenza", scriveva Alexander Langer, pacificatore dell'Unione Europea nei Balcani e in Medio Oriente .


Il monolinguismo, anche il più privilegiato, l’inglese - illustra il rapporto britannico - è un pericolo anche per gli affari interni di un paese, in un momento in cui la criminalità organizzata sta diventando sempre più globale. Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno rappresentato in questo senso un punto di svolta fondamentale. Non sorprende che, a seguito di questi eventi, lo studio delle lingue straniere sia stato oggetto negli Stati Uniti di una serie di iniziative volte a migliorare le capacità linguistiche nella sicurezza e nella difesa dello Stato.


Un ultimo punto, per tornare alla citazione iniziale di Mandela, riguarda l'immagine di uno stato o di un’impresa all'estero, una questione fondamentale per il destino del dialogo tra i popoli e per la sicurezza dei cittadini. Come ha detto Sir Ivor Roberts, ex ambasciatore britannico in Jugoslavia, Italia e Irlanda: "Un impegno diretto con la televisione e la radio è una parte vitale del tuo lavoro. Se non ti è possibile rilasciare interviste in lingua straniera, non è dunque un lavoro per te".


Dunque, come barcamenarsi fra i pericoli - spesso del tutto tangibili, abbiamo visto - del monolinguismo? Che cosa fare in proposito? La prima e più ovvia risposta è fare investimenti di lungo termine sull’educazione, introducendo lingue non europee nel curriculum scolastico a cominciare dalle scuole primarie. In questa direzione si muovono le recenti dichiarazioni del primo ministro britannico David Cameron sulla promozione della lingua cinese, che sono almeno in parte una risposta al dibattito sollevato nel Regno Unito dal rapporto dell’Accademia Britannica.


Un'altra risposta efficace è la valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale degli immigrati e delle minoranze. Come si legge nel rapporto: "Le varie risorse linguistiche delle comunità etniche della Gran Bretagna devono essere mobilitate, sostenute e ricevere riconoscimento pubblico attraverso certificazioni delle competenze". Ciò porterebbe a immaginare una nuova idea di integrazione come risorsa, senza mai chiedere al nuovo cittadino una rinuncia alla propria identità, ma solo di arricchirla con un’altra.


Un ultimo punto, ma non meno importante: l'Esperanto può costituire la soluzione ideale di molti problemi di comunicazione internazionale. Tra le tante, indicherò qui tre buone ragioni. In primo luogo, si impara facilmente ed è dunque facilmente universalizzabile. Il breve tempo richiesto per impararlo lascerebbe inoltre moltissimo tempo per dedicarsi ad altre lingue. In secondo luogo, è una lingua regolare e chiara che permette a chiunque, dopo solo pochi mesi di studio, una comunicazione efficace e priva di ambiguità .


Infine, si tratta di una lingua che ha seguito sin dalle sue origini gli ideali di fratellanza tra i popoli che hanno ispirato il suo fondatore, l'ebreo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. L'Esperanto è forse l'unica lingua in cui non sia mai stata pronunciata una condanna a morte, o l'ordine di sparare in guerra. Quale miglior auspicio per il nostro futuro?