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A155 L'esperanto dalla nascita: tra creatività e creolizzazione

Scritto da Renato Corsetti. Archiviato in Approfondimenti

1. Esperanto, esperantofoni ed esperantofoni dalla nascita


La ricerca, da cui sono tratti questi dati, tendeva all’origine a riscontrare nella pratica la generalizzabilità dei processi di iperregolarizzazione anche nel caso di bambini che imparano la lingua internazionale pianificata esperanto dalla nascita da genitori esperantofoni. In astratto si potrebbe pensare che, essendo l’esperanto una lingua pianificata e regolare per genesi, ben poco spazio ci sia per i processi di iperregolarizzazione noti negli apprendenti di lingue naturali dalla nascita e largamente descritti nella letteratura sull’acquisizione del linguaggio.

L’esperanto, come è noto, si inserisce in tutta l’affascinante storia della ricerca di lingue perfette prima, filosofiche in seguito e internazionali da ultimo, descritta mirabilmente da Umberto Eco[2] ed ancor prima da Alessandro Bausani[3], che mise in luce anche le motivazioni dei creatori di tali lingue[4].

Una più puntuale classificazione di queste lingue su basi linguistiche si può trovare in Detlev Blanke[5]. Qui diciamo solo che nel variegato panorama delle lingue pianificate internazionali, l’esperanto si presenta come una lingua a posteriori[6] (il cui materiale lessicale, cioè, è preso da lingue nazionali) con un sistema grammaticale originale, che la pone al centro dell’area delle lingue flessive, agglutinanti ed isolanti. In particolare al sistema dell’esperanto concorrono elementi di tutte i tipi di lingua indicati[7].

In pratica il materiale lessicale dell’esperanto è derivato prevalentemente dalle lingue del gruppo latino / neolatino (ma con apporti considerevoli anche da altri gruppi, come il germanico, lo slavo e più recentemente lingue extraeuropee).

Il funzionamento della lingua, invece, è assolutamente originale. Accanto ai morfemi lessicali, ad esempio: bicikl- (idea generale di bicicletta), tabl- (idea generale di tavolo), prav- (idea generale di vero), fajr- (idea generale di fuoco), ir- (idea generale di andare), klopod- (idea generale di tentare), ecc., ci sono una serie di morfemi grammaticali, che precisano, in un certo senso attualizzano, il significato della radice nella frase. I principali sono le finali -o (idea di sostantivo), -a (idea di qualità, aggettivo), -e (idea di avverbio, modalità, luogo, mezzo, ecc.), -as / -is / -os, ecc. (idea di azione, verbo, al presente, passato, futuro, ecc.).

I complementi sono indicati da preposizioni o da una -n posposta.

Il sistema lessicale viene incrementato per mezzo di numerosi morfemi lessicali, che funzionano come prefissi e suffissi, per cui sono correnti parole come: mal-san-ul-ej-o = ospedale e che letteralmente è scomponibile in contrario di+salute+individuo+luogo+sostantivo, ovvero il luogo degli individui caratterizzati da una situazione di non salute = il luogo degli ammalati = l’ospedale.

Per riassumere la situazione possiamo dire con Wells (1989: 37) che l’esperanto è:

a. estremamente agglutinante

b. poco sintetico

c. con morfemi regolari

d. con un solo paradigma di declinazione ed un solo paradigma di coniugazione[8].

La coscienza della originalità di questa struttura era ben presente allo stesso Zamenhof, l’inventore (o iniziatore, come egli amava chiamarsi) dell’esperanto, che in effetti scrive:

“Ho disposto la lingua in maniera tale da permettere l’analisi delle idee in parole indipendenti, cosicché l’intera lingua invece di essere fatta da parole in varie forme grammaticali è fatta esclusivamente da parole invariabili. (...) Una struttura linguistica di questo tipo è del tutto estranea ai popoli europei (...) La parola fratino, per esempio, in realtà consiste di tre parole: frat- ‘fratello’, in- ‘donna’, -o (qualcosa che è o esiste) (= ciò che è un fratello-donna = sorella)(...)”.[9]

È chiaro che nella pratica questi principi vengono seguiti quando essi non contrastano con altre esigenze. Mentre malprava (contrario di giusto / vero) si usa, malpensi (contrario di pensare) non si usa perché i parlanti non riescono ad afferrarne il senso, che non è quello di pensare ma quello di fare un azione contraria al pensare. Questo, quindi, è un primo limite di ordine semantico allo sviluppo del lessico in esperanto. Un altro limite è costituito dall’esistenza di radici lessicali, che già esprimono il concetto che potrebbe essere espresso da parole composte. Vedremo che i nostri bambini effettivamente normalmente infrangono questa regola in quanto non conoscono i morfemi già esistenti ed in un certo senso ridondanti, ed applicano le regole generali della lingua per creare nuove parole.

Un altro aspetto particolarmente poco compreso da parlanti di lingue indoeuropeee è quello della possibilità per ogni radice di avere qualsiasi ruolo nella frase, se questo ruolo è segnalato dalla finale giusta. Ad esempio, mentre bicikl-o significa ‘bicicletta’, bicikl-i è il verbo corrispondente (fare quell’azione che si fa con la bicicletta = andare in bicicletta), bicikl-a (essere caratterizzato dalla qualità di bicicletta = ciclistico), ecc. Come vedremo, lo spirito della lingua in questo campo viene invece facilmente capito dei parlanti dalla nascita.

Una grande ma irrisolta, e per ora irrisolubile, questione riguarda il numero di parlanti di esperanto. Trattandosi di tutti parlanti di seconda lingua e per lo più di autodidatti, è veramente difficile valutarne il numero. Le stime variano da 15 milioni[10] a 50.000[11]. In questo ambito ognuno può fare le sue scelte. Quelle più attendibili parlano di 1 o 2 milioni[12].

L’idea di insegnare l’esperanto ai propri figli dalla nascita arriva molto presto nella storia della comunità esperantofona. Verso gli inizi del secolo scorso ci furono i primi tentativi, il più documentato dei quali riguarda una famiglia inglese[13] e da allora non sono mai cessati. Attualmente si assiste ad una fioritura, sempre relativa dal punto di vista quantitativo, di questo fenomeno. Tuttavia l’esistenza di incontri, in genere in paesi dell’Europa centrale, appositamente dedicati a famiglie esperantofone nonché i “congressi per bambini”[14], che vengono organizzati ogni anno parallelamente al cosiddetto Congresso Universale di Esperanto, provano che il fenomeno è abbastanza diffuso in ambiente esperantofono. Stime basate sui dati del Circolo Familiare[15], organizzazione per le famiglie esperantofone, portano a ritenere che al mondo vi siano oggi circa 1000 famiglie che usano normalmente l’esperanto come una delle lingue familiari[16]. Queste famiglie, per quanto si riesce a sapere, sono più concentrate in Europa, sia occidentale che centrale ed orientale, che in tutti gli altri continenti.

I bambini coinvolti possono, quindi, essere valutati a circa 2000. La precocità del fenomeno, del resto, ha portato all’esistenza di esperantofoni della terza ed in qualche caso della quarta generazione.

In contrasto con ciò le elaborazioni teoriche e gli studi sul campo circa questo fenomeno sono scarsi, come vedremo nella successiva sezione 3.

2. Ricerca sullo sviluppo linguistico di bambini che imparano l’esperanto dalla nascita

La ricerca si è basata sulla lettura sistematica dei diari tenuti dai genitori di cinque bambini, che hanno appreso l’esperanto dalla nascita. Il materiale diaristico riguarda 5 bambini: 1) GAVAN nato il 19/04/ 1979; 2) ROLF nato il 23/11/1980; 3) GABRIELE nato il 15/12/1982; 4) ANDREA nata il 17/7/ 1993 e 5) MILENA nata il 21/08/1998.

I diari sono stati tenuti rispettivamente dal padre per Gavan e Rolf, dal padre e dalla madre per Gabriele, dalla madre per Milena e sotto forma di registrazioni audio per Andrea.

Le nazionalità dei genitori di questi bambini sono: inglese per entrambi i genitori di Gavan e Rolf, italiana ed inglese per i genitori di Gabriele, serba - della minoranza di lingua ungherese - per i genitori di Andrea, tedesca e serba per i genitori di Milena.

Da questi diari sono stati estratti tutti gli enunciati utili al nostro studio, che sono stati in seguito classificati in tre livelli di originalità rispetto alle forme standard usate dai parlanti adulti d’esperanto. Ribadiamo che l’originalità dei risultati è stata giudicata solamente in funzione dell’esperanto abitualmente parlato da esperantofoni adulti. Dal punto di vista teorico tali forme sono il più delle volte perfettamente accettabili dal punto di vista della grammatica teorica dell’esperanto, di cui si è accennato più sopra.

3. Ipotesi e studi sull’acquisizione dell’esperanto dalla nascita: creolizzazione o non creolizzazione

3.1 In teoria

Gli studi sull’acquisizione dell’esperanto dalla nascita non sono molti e generalmente si tratta di diari tenuti dai genitori. Notizie su questi studi, compresi quelli dell’inizio del secolo scorso, si possono trovare in Corsetti (1993). A questi va aggiunto Csiczar (1997) e, da ultimo Bergen (2001) più una serie di osservazioni che negli ultimi anni si sono venute raccogliendo nella lista di discussione in rete per le famiglie che educano i figli in esperanto ed i cui archivi sono tenuti presso l’Università di Helsinki[17].

Anteriormente a questi studi c’era stato un articolo teorico di un linguista olandese, Kees Versteegh, che analizzava i prevedibili esiti dell’acquisizione dell’esperanto dalla nascita alla luce dei processi ben noti di creolizzazione di lingue pidgin.

Versteegh (1993) dopo aver tentato un confronto tra lingue pidgin, lingue creole ed esperanto arrivava alla conclusione, che i processi noti sotto il nome di creolizzazione difficilmente avrebbero potuto verificarsi, in quella forma, per l’esperanto. In effetti qui si parte non da un pidgin ma da una lingua scritta completamente formata e che, quindi, esclude la necessità di creare regole o di grammaticalizzare relazioni usando materiale lessicale.

Versteegh conclude che l’unico caso pratico realmente osservato e che presenta analogie con l’esperanto è quello dell’ebraico moderno. Anche in quel caso l’ebraico nella sua forma liturgica era una lingua completa, con una sua struttura lessicale, morfologica e sintattica stabilizzata e stabilmente usata per secoli.

Quando all’inizio del secolo scorso si incominciò a parlarlo in famiglia, si verificarono, è vero, numerosi fenomeni, ma di natura diversa da quelli che si osservano nella creolizzazione. In pratica la lingua conserva la sua struttura di base e le novità si riassumono principalmente nella generalizzazione di alcune forme verbali (il participio presente) per rendere il presente dei verbi e nell’introduzione di interiezioni, imprecazioni e parole gergali prese da lingue come l’arabo o lo yiddish, con cui i parlanti avevano familiarità.

Per quanto riguarda la necessità di generalizzare l’uso del participio presente per il presente dei verbi, la novità strutturale più rilevante dell’ebraico moderno rispetto all’ebraico antico, c’è da notare che i moderni parlanti di ebraico, tutti provenienti all’inizio dall’Europa, non trovavano possibile parlare una lingua in cui gli aspetti perfettivo/imperfettivo erano prevalenti rispetto ai tempi del verbo.

Si può, comunque, essere d’accordo con Versteegh nell’accostamento tra il fenomeno della rinascita dell’ebraico ed il potenziale fenomeno dell’uso dell’esperanto da parte di una comunità vasta di parlanti dalla nascita.

Similmente a quello che è accaduto per l’ebraico, probabilmente i mutamenti dell’esperanto sarebbero limitati a fenomeni marginali. I nostri dati, ed in particolare, quelli che esporremo nelle pagine seguenti mostrano in effetti, che dal punto di vista della struttura della lingua, quello che si verifica con parlanti dalla nascita è l’applicazione integrale delle regole dell’esperanto, dello spirito di queste regole, applicazione integrale che risulta nei parlanti dell’esperanto come L2 limitata dal peso delle loro L1.

C’è un altro caso abbastanza simile a quello che succede in esperanto. È il caso del cornico, l’antica lingua celtica della Cornovaglia. L’ultimo parlante di questa lingua morì alla fine del 1700. Nel secolo scorso sono cominciati dei tentativi, sembra abbastanza fortunati, per riportare in uso il cornico, ricostruito sulla base di attestazioni scritte. Anche in questo caso una lingua conosciuta nella sua struttura e descritta in grammatiche ricomincia ad essere usata. Tuttavia il movimento per la rinascita del cornico è ancora troppo recente e poco studiato a questi fini per poter essere utilizzato ai nostri scopi[18].

3.2 Io parlo davvero esperanto - Lo spirito dell’esperanto nel linguaggio dei bambini

Gli esempi utilizzati in questa sezione sono tratti o dal materiale raccolto in questa ricerca e di cui parleremo più in dettaglio e per altri scopi anche in seguito.

Ritorniamo ancora brevemente su concetti già espressi circa la struttura dell’esperanto. Molto si discute sulla grammatica dell’esperanto e sulla sua somiglianza ad un tipo di lingue piuttosto che ad un altro. Le opinioni sono diverse ma tutti concordano sulla partecipazione dell’esperanto a vari tipi di lingue, come abbiamo visto nella sezione precedente. Gledhill (1998: 20) lo definisce così: “In terms of traditional language typology, Esperanto is perhaps best described as an artificial creole, lexically derived from a combination of the main Western European languages but with morpho-syntactic structures that have been systematically generalized[19].” Seguono a questa affermazione osservazioni sui motivi per i quali strutturalmente si danno all’esperanto tratti delle lingue agglutinanti e isolanti, pur riconoscendone la somiglianza per altri aspetti (ad esempio: accordo degli aggettivi e dei sostantivi) con le lingue flessive.

Zamenhof stesso aveva intuito tutto questo e lo aveva espresso in termini generali: “(...) una tale costruzione della lingua esperanto è completamente estranea ai popoli europei” (Corsetti, La Torre, Vessella, 1984: 6).

Effettivamente i parlanti di esperanto come L2 stentano ad applicare tutte le regole potenzialmente applicabili in esperanto, mentre i parlanti dalla nascita sembrano non aver problemi.

3.2.1 Applicazione dei morfemi grammaticali a qualsiasi radice

I parlanti dalla nascita non sembrano avere problemi relativamente all’applicazione dei morfemi grammaticali -o, -a, -i ed -e (rispettivamente indicanti il sostantivo, l’aggettivo, il verbo e l’avverbio) a qualsiasi radice.

Ecco alcuni esempi:

(ni) naz-as = nasiamo, giochiamo con i nasi (dalla radice naz- = naso)

halt-e = in maniera ferma, senza movimento (dalla radice halt- = fermarsi)

rid-a = caratterizzata dal ridere, divertente (dalla radice rid- = ridere)

dent-um-ad-o = pulizia dei denti, lavaggio dei denti (dalla radice dent-um-ad- = occuparsi in maniera prolungata dei denti)

Un esempio particolarmente significativo è il seguente, attestato nei nostri dati:

iom-et-o = un pochettino

Esso è costruito partendo dalla radice “iom”, che è un avverbio di quantità con il senso di “un po”. A questo viene aggiunto il morfema -et- (senso generale di diminutivo) ed al tutto viene aggiunta la -o del sostantivo. Si ha in questo modo una parola perfettamente adattata all’esperanto e anche declinabile. Si trova infatti nei nostri dati anche la forma “iometon”.

Si è già accennato alla difficoltà di questi passaggi da parte dei parlanti adulti.

3.2.2 Uso delle forme composte dei verbi

Nell’articolo di Bergen (2001) si metteva in dubbio la possibile permanenza nella seconda generazione delle forme analitiche dei verbi.

L’esperanto ha due forme dei verbi:

1 - la forma non marcata: Mi iras = Vado

2 - la forma marcata: Mi estas iranta = Sto andando in questo momento.

Bergen (2001: 589) sostiene che “The reduced tense/aspect system of NE is consistent across speakers, just as L2E speakers seem to consistently have a much fuller system[20].”

In effetti i nostri dati hanno moltissimi esempi di non riduzione, ed addirittura i seguenti:

povintus - significato: avrebbe potuto

esperanto standard: estus povinta

okupatas - significato: è occupato

esperanto standard: estas okupata

nei quali la forma analitica del verbo è stata talmente ben interiorizzata che si presta ad una successiva operazione di sintesi secondo le normali regole di composizione delle parole dell’esperanto:

est-us bel-a = bel-us

est-us pov-int-a = pov-int-us

3.2.3 L’accusativo

Un’altra delle discussioni ricorrenti sull’esperanto è quella sulla utilità dell’accusativo e sulla eventuale perdita di questo a favore di un ordine delle parole rigidamente SVO.

Questo sembra emergere anche dai dati del già citato Bergen (2001: 588): “(...) there seems to be retention of the accusative only where the NE speaker’s adstrate dictates auch retention. And event in these cases, it is not used consistently[21].”

Nel caso del nostro studio l’uso dell’accusativo appare acquisito molto precocemente ed usato consistentemente, anche se per tre dei cinque casi le lingue di adstrato sono l’inglese e l’italiano, che non presentano l’accusativo.

Uno dei soggetti, le cui lingue di adstrato sono il tedesco ed il serbo, lingue che certamente possono consigliare l’uso dell’accusativo, lo usa in questo modo:

M. (all’età di 1 anno, 7 mesi e 2 giorni) vuole essere allattata dalla madre e le dice:

Mamon = Mammella+ACC

Dopo aver allattato alla prima mammella dice:

(A)lian flankon = altro+ACC lato+ACC

Infine, ancora non sazia dice:

(Jo)gurton = Yogurt+ACC

Comunque si trovano esempi dell’accusativo anche per indicare il moto:

en la skatolon = in la scatola +ACC

E si trovano anche esempi di errori nell’uso dell’accusativo, come in:

rigardi “la akvon elfluante” al posto del corretto rigardi “la akvon elfuantan”

In questo caso, tuttavia, si tratta di una applicazione delle regole dell’accusativo assolutamente complicata a livello cognitivo per il bambino, ed è anche dubbio se la regola non seguita non sia quella sull’accordo del participio in forma avverbiale con il soggetto della frase principale.

3.2.4 Giochi linguistici

Le regole di formazione delle parole in esperanto sono interiorizzate dai bambini, che mostrano di saperle usare specialmente in giochi linguistici del tipo:

Olo de skato = retroderivazione da skatolo (in pratica si scompone la parola scatola come fosse composta di due parti).

Interessante è anche la forma:

fil-infano = bambino maschio.

In effetti in esperanto la parola infano = bambino piccolo (fino ai 5 anni approssimativamente) non indica il sesso e quindi potrebbe trattarsi sia di un bambino che di una bambina. In questi casi nella lingua adulta si usa precisare usando le parole knabo = ragazzo e knabino = ragazza. Tuttavia è presente in esperanto anche un altro sistema più generale per indicare con assoluta certezza, che si tratta di un uomo o di una animale maschio. Si premette il morfema “vir-” = “uomo maschio”. Nel nostro caso evidentemente al soggetto è sembrato incongruo l’uso di “vir-”, che in genere indica un uomo maschio adulto e quindi usa allo stesso modo la radice “fil-” = “figlio maschio”.

3.3 Alcune ultime osservazioni su processi mentali nei bambini che imparano l’esperanto dalla nascita

1. Il tentativo dei bambini di trovare un senso in quello che sentono è evidente nell’esempio della trasformazione della parola muzeo in muzejo, secondo il modello preĝo / preĝejo, manĝo / manĝejo, ecc. e la successiva derivazione da questa parola della radice muz- con il senso di “fare quelle cose che abitualmente si fanno in un museo”.

Abbiamo anche degli altri esempi:

fermestro per fenestro, in cui si cerca di utilizzare la radice ferm- = chiudere. In fondo la finestra è una cosa che si chiude.

telesono per telefono, in cui si cerca di utilizzare la radice son- = suono al posto di fono che si presenta al bambino senza senso.
 

2. Nei nostri soggetti si trovano esempi di trasferimento di regole e di lessico dalle lingue nazionali all’esperanto e dall’esperanto alle lingue nazionali come avviene normalmente tra lingue nazionali nei bambini bilingui.

Un esempio di interferenza dall’esperanto all’italiano è:

mal-grazie = non ti ringrazio anzi il contrario

L’espressione è usata parlando in italiano in una occasione in cui il fratello aveva dato al nostro soggetto una cosa sgradita.

Esempi di interferenza dalle lingue nazionali sono:

hopi = saltare dall’inglese hop

plompos = parola onomatopeica più finale verbale

bomis = parola onomatopeica più finale verbale

ferstantis = dimenticò dal tedesco verstanden

3. Notiamo anche una notevole propensione ai giochi inter-linguistici ed all’invenzione linguistica tout court:

Ad esempio:

malhorloĝo kun malstreĉigilo = il contrario di un orologio con il contrario di un meccanismo per dare la carica

maletikedo = il contrario di una etichetta

malŝeligas (vin) = ti sbuccio (sollevando la manica della mamma)

vin-beroj estas beroj el vino = l’uva (in esperanto: i chicchi per il vino) consiste di chicchi di vino

malnerostita = il contrario di non tostato = innonarrostito

pluv-larmoj, larminoj = le lacrime di pioggia, le lacrime femmina

magneton fonon = divisione scherzosa della parola magnetofon-o

papon kaj eron = paperon = divisione scherzosa della parola paper-o

nuno kaj ino = nunino = femminile scherzoso di adesso, il tempo attuale (come in italiano: la tempa presenta)

olo de skato = skatolo (già visto)

fil-infano = knabo (già visto)
 

4. Creatività e creazioni ma senza creolizzazione

Sono state inoltre raccolte tutte le espressioni dei bambini, che in qualche modo mostrano deviazioni dall’uso adulto standard e sono state divise a seconda di tre livelli di creatività.

1. livello con originalità bassa

Uso produttivo corretto applicato a morfemi abituali dell’esperanto, anche se in maniera inconsueta

2. livello con originalità evidente

Uso produttivo con esito inconsueto nell’esperanto

3. livello con originalità notevole

Uso produttivo applicato a radici normalmente non utilizzate in esperanto in questo modo. Ovviamente sia fenomeni di iperregolarizzazione che fenomeni di creatività sono largamente attestati nella letteratura sull’acquisizione delle lingue dalla nascita, sia in ambiente monolingue che bilingue. Nella bibliografia sono riportate indicazioni di opere di Slobin, Nagata, Pinto, Taeschner e De Vescovi, che trattano di molteplici fenomeni in questo campo.

* * *

Qui di seguito riportiamo, traendole dagli enunciati, solo le parole significative d’ogni enunciato, che discuteremo subito dopo.

4.1 Espressioni raccolte

1° livello



malplena vorto (buso)

in opposizione a “plena (vorto)”:

aŭtobuso malstartis (la motoron)

malmiksi

malnuna

malkrabo (ne plu fermita krabo)

malferme

malpluvas

malnovstila / novstila

malscias

maltute

kantujo (corretto kantejo)

maltie

ventrema

peniso / penisino

rondir-pecoj

lavisto / lavistino

triciklejo



2° livello



malsandviĉiĝis

maltajpilo (maltajpi = delete = cancella)

malstelita (sen steloj)

nazas

buŝas

vangas

samante (kiel mi)

ventuma (el ventumilo)

rondirilo

malĝustigis (ĝin)

(baterioj estas) elektrujo

malvindiĝis

duonkantu

malfaru

metas kaj malelmetas

vetrigisto

elektra seĝo (invalida rul-seĝo)

akcidentas

blovilo (balono)

rida

lang(et)i

belos

perblove

persale

doloreca

ludeblo

ruktiga

putriĝas

iometon

tranciĝi

tute fore

treege

iometo

lacegegegegega

tutete eta

dentumado

muziĝis en la muzejo

mi superruliĝos vin

mi superruliĝos viajn genuojn



3° livello



malmateno

ege halte, ege paŭze ed ege salte

malvenis (la pordon)

trasekiĝi

(da tralavi) malio (= nenio)

mez-falĉilo

(in opposizione a rand-falĉilo)

tioj

malinteme

malgraveda

nepomo

sangis

mukis

haŭti

okaza

literiĝas

ene estas akve

kuvi (en la kuvo)

problema

esting-fajrujo

akvujo (per sitelo)

(ne) seĝu (sur la divano)

skribilisto



4.2 Discussione delle singole espressioni

Nel 1° gruppo troviamo un primo insieme, quello più numeroso, di parole che derivano dall’applicazione del prefisso “mal”. Il prefisso “mal” in esperanto indica il contrario di ciò che è indicato dalla radice base cui è premesso.

Ad esempio abbiamo:

bona / malbona = buono / cattivo

rapide / malrapide = velocemente / lentamente

amiko / malamiko = amico / nemico

ami / malami = amare / odiare

Questo prefisso è molto produttivo in esperanto ma non in tutti i casi in cui potrebbe esserlo. In alcuni casi, come si vedrà in seguito, l’esperanto opta per due radici diverse per indicare due concetti contrapposti. I soggetti qui indagati, invece, una volta appreso il funzionamento di “mal-” tendono ad applicarlo in tutti i casi possibili.

1. malplena vorto (buso) / in opposizione a plena (vorto): aŭtobuso

significato: parola vuota (bus) / in opposizione a parola piena (autobus)

esperanto standard: malkompleta vorto / plena vorto

2. malstartis (la motoron)

sig.: ho spento il motore

e.s.: malŝaltis

3. malmiksi

sig.: dividere (contrario di mischiare)

e.s.: dividi

3. malnuna

sig.: attuale

e.s.: estinta

4. malkrabo (ne plu fermita krabo)

sig.: un granchio non più granchio in quanto aperto

e.s.: fermita krabo

5. malpluvas

sig.: non piove, fa bel tempo

e.s.: estas bela vetero

6. malnovstila / novstila

sig.: di stile sorpassato / di stile nuovo

e.s.: antikva / moderna

7. malscias

sig.: ignorare

e.s.: ignori

8. maltute

sig.: parzialmente

e.s.: parte

9. maltie

sig.: qui

e.s.: ĉi tie

10. malfari

sig.: disfare

e.s.: rompi

Troviamo poi l’applicazione d’altri suffissi in maniera giusta ma un po’ sorprendente.

peniso / penisino

In esperanto il suffisso -in- indica la femmina di ciò che è indicato dalla radice base. Ad esempio:

reĝo / reĝino = re / regina

koko / kokino = gallo / gallina

patro / patrino = padre / madre

Uno dei bambini nella situazione in cui si trova con entrambi i genitori nudi nella doccia, si rivolge al padre indica l’organo in questione e dice: “peniso” (= pene). Si rivolge poi alla madre, indica l’organo corrispondente e dice: “penisino” (= vagina). Ovviamente il suffisso -in- è molto produttivo in esperanto e parole come: knabo / knabino, viro / virino, patro / patrino (rispettivamente: ragazzo / ragazza, uomo / donna, padre / madre) sono molto frequenti. Teoricamente potrebbe applicarsi alle parole in questione, ma la lingua adulta preferisce in questo caso due parole diverse: peniso / vagino.

lavistino / lavisto

Più normale, ma pur sempre indice di una perfetta comprensione del sistema dell’esperanto, è forse la retroderivazione da lavistino (= lavandaia) parola comunemente usata dalla madre per indicare una donna che lavora in una lavanderia, e l’uso di lavisto (= lavandaio), quando ha visto un uomo che lavorava nella stessa lavanderia. La madre annota di non avere mai usato, lei, quella parola.

triciklejo

In esperanto il suffisso -ej- indica il luogo dove si svolge qualcosa. Ad esempio:

11. preĝi / preĝejo = pregare / chiesa

manĝi / manĝejo = mangiare / mensa

deponi / deponejo = riporre / ripostiglio

L’applicazione di -ej- a triciclo, nel senso di ripostiglio dei tricicli produce una parola non usata nel linguaggio adulto, ma perfettamente comprensibile ed usabile.

12. (baterioj estas) elektrujo

sig.: (le batterie sono) un contenitore d’elettricità

e.s.: baterioj enhavas elektron

È solo un’istanza d’applicazione di -uj- = contenitore

13. ventrema

Sig.: che ha la tendenza ad avere una grande pancia

e.s.: dika

Ci sono poi nel nostro corpus varie parole che sono al limite dell’uso originale, come rond-ir-pecoj (= pezzi che girano) per indicare le eliche di un ventilatore (che nel comune linguaggio adulto non specialistico si dicono flugiloj = ali). In questo caso si tratta, forse, solo dell’applicazione del sistema di composizione delle parole dell’esperanto in presenza di una cosa di cui non si conosce il nome preciso. Questo procedimento è usato regolarmente dagli adulti davanti a cose nuove, del tipo - inventiamo - libro-leg-ilo = attrezzo per leggere un libro, se si vede uno di questi attrezzi mai visto prima.

Forse rientra in questo gruppo anche:

14. ruktiga

sig.: che fa ruttare

e.s.: kio igas rukti

ed anche

15. tranĉiĝi

sig.: tagliarsi, essere tagliato

e. s.: esti tranĉita

Nel 2° gruppo troviamo ancora una serie di parole costruite con il prefisso mal- ma contemporaneamente usando altri procedimenti, che rendono queste parole comprensibili ma distanti dal linguaggio adulto.

1. malsandviĉiĝis

sig.: si è dissanduicciato, ha assunto una posizione che non è più quella del sandwich

e.s.: liberiĝis el la sandviĉa pozicio

In questo caso il bambino ha usato sia il mal- che il suffisso -iĝ- che ha il significato di “diventare”, producendo quindi una parola che ha il significato di “è diventato uno che non è più un sandwich”.

Il bambino, infatti, parla del fratellino che giocando tra due cuscini, quasi per simulare un sandwich, era riuscito poi a liberarsi, perdendo quella strana forma.

2. maltajpilo (maltajpi = delete)

sig.: cancellare

e.s.: klavo por forviŝi

Anche in questo caso a parte il già noto mal- il bambino usa la radice tajp- (= scrivere a macchina) ed il suffisso -il- (= strumento per fare ciò che è indicato dalla radice). Alla fine viene prodotta una parola del tutto regolare e comprensibile con il senso di “strumento per fare il contrario di scrivere a macchina” = “cancellare quello che si è scritto con la tastiera” = tasto cancella della tastiera di un computer.

3. malstelita

sig.: senza stelle

e.s.: sen steloj

Al prefisso mal- viene qui aggiunto il verbo “steli” (= stellare, fornire di stelle) al participio passato passivo. Il senso complessivo, appena comprensibile fuori del contesto, è “senza tante stelle intorno”. Si tratta della luna, che resta visibile da sola in una notte in cui le stelle non si vedono.

In questo caso, forse, il procedimento più originale è la creazione del verbo steli dalla radice stel- (= stella). Il procedimento è abituale anche se non frequentissimo nell’esperanto adulto, ma ovviamente in contesti più chiari (bicikli = andare in bicicletta, biciclettare da biciklo = bicicletta).

malĝustigis (ĝin)

sig.: lo ha disaggiustato

e.s.: rompis (ĝin)

In questo caso viene impiegato anche il suffisso -ig- che ha il senso di fare, rendere. Il senso complessivo è “lo ha reso il contrario di aggiustato” = “lo ha rotto.

5. malvindiĝis

sig.: si è sfasciato, levato le fasce

e.s.: li forigis la vindojn

Un altro esempio di uso di -ig- insieme a mal- con la radice base “vindi” = fasciare.

Troviamo poi una serie di verbi creati da sostantivi. Abbiamo già parlato di questo procedimento dell’esperanto in cui tutte le radici, anche quelle che esprimono principalmente un sostantivo, possono diventare verbo con la semplice aggiunta del suffisso dei verbi.

Tuttavia abbiamo anche affermato che questo procedimento non è frequentissimo, principalmente per motivi di ordine semantico, cioè per la difficoltà di cogliere immediatamente e senza equivoci il significato del vocabolo risultante.

Quindi “aŭtomobili” è abbastanza usato nel senso di “andare in macchina” mentre “aviadili” nel senso di volare con aeroplano è in sostanza non usato ed al suo posto si preferisce il chiarissimo “flugi” = “volare”.

6. nazas

sig.: strofinare naso contro naso

e. s.: froti la nazojn

7. buŝas

sig.: baciare sulla bocca

e.s.: kisi

8. vangas

sig.: strofinare le guance

e.s.: froti la vangojn

9. akcidentas

sig.: ha un incidente

e.s.. suferas akcidenton

10. lang-et-i

sig.: leccare un poco

e. s.: leki iomete per la lango

11. belos

sig.: sarà bello

e. s.: estos bela

12. dentumado

sig.: pulirsi i denti

e.s.: purigi siajn dentojn

Per quanto riguarda le ultime tre parole è necessaria qualche osservazione ulteriore. Alla radice lang- = lingua è stata aggiunto il suffisso diminutivo -et- prima della finale verbale.

L’uso di radici con significato prevalentemente aggettivale come verbo è più frequente, come in belos = sarà bello, da bela = bello.

Dentumado, invece, risulta dalla composizione di dent- = dento, -um- = cosare e -ad- = azione prolungata. Il risultato è qualcosa del tipo “denteggiare a lungo”, “occuparsi dei denti”, “pulirsi i denti”.

Troviamo quindi l’applicazione di molti suffissi e prefissi in maniera originale.

13. rondirilo

sig.: elica di un ventilatore

e.s.: flugilo

Qui l’originalità maggiore rispetto alla parola vista nel 1° gruppo sta nell’applicazione del suffisso -il- direttamente su una radice verbale -ir- già modificata da una radice prefissa rond- = intorno, rotondo con il risultato finale di uno strumento che va in giro.

14. duonkantu

sig.: canta a metà

e.s.: kantu duone

15. vetrigisto

sig.: vetraio

e.s.: vetristo

Il bambino ha aggiunto il suffisso -ig- che ha il senso di fare.

16. kantujo (corretto kantejo)

sig.: luogo dove si canta, dove c’è il coro

e.s.: ĥorejo

Forma molto deviante rispetto al linguaggio adulto e comprensibile solo nel contesto. Si tratta, comunque, di una applicazione corretta della radice kant- = cantare.

17. blovilo

sig.: pallone

e.s.: balono

In questo caso è ovvio il tentativo di costruire la parola pallone dalla radice per “soffiare”, anche se viene usato un suffisso sbagliato. Blovaĵo sarebbe sempre deviante ma più giusto.

Abbiamo ancora una aggettivizzazione di radici verbali, consueta in esperanto ma non in questi casi.

18. rida

sig.: che è normalmente sorridente

e.s.: ridanta

19. ventuma (el ventumilo)

Sig.: che fa vento

e.s.: ventofara

Si tratta qui di una retroderivazione molto originale da “vent-um-il-o” = strumento per ventilare = ventaglio. Il bambino ha levato il morfema per strumento ed ha aggettivato il risultato.

Vediamo ora una serie di composizioni insolite ma perfettamente regolari, costituite da preposizioni usate come prefissi di parole poi rese avverbi e l’applicazione d’altri suffissi.

20. perblove

sig.: soffiando, con il soffiare

e.s.: per blovado

21. persale

sig.: con il sale

e.s.: per salo

22. doloreca

sig.: che ha la qualità di fare male

e.s.: doloriga

23. ludeblo

sig.: possibilità di giocare

e.s.: ebleco ludi

L’applicazione ripetuta del suffisso accrescitivo -eg- appartiene ad un gioco linguistico in esperanto, che evidentemente è stato ben afferrato dal bambino che dice:

24. lacegegegegega

sig.: stanchissimissimo

e.s.: ege laca

Solo dal punto di vista semantico è deviante:

25. elektra seĝo

sig.: sedia elettrica (carrozzina per persone handicappate)

e.s: invalida rul-seĝo

Nel 3° gruppo, come già detto, troviamo parole potenzialmente possibili in esperanto, ma morfologicamente o semanticamente molto devianti rispetto al linguaggio normale di adulti parlanti di esperanto.

Ovviamente la distinzione fra il 2° ed il 3° gruppo non è sempre netta.

Ad esempio ritroviamo ancora usi devianti di mal- come in

1. malmateno

sig.: il contrario della mattina, la sera

e.s.: vespero

2. malvenis (la pordon)

sig.: è uscito dalla porta (si tratta di una vite che è uscita dalla serratura)

e.s.: venis el la pordo

Questa forma è molto deviante rispetto al linguaggio adulto nel quale l’uso dell’accusativo per indicare la provenienza è permesso solo in condizioni specialissime (in pratica quando al verbo è premessa la preposizione di provenienza: de). Tuttavia dal punto di vista del bambino non si tratta che di una regolare applicazione dell’accusativo. Se si dice “Mi venis Milanon” = Sono venuto a Milano dovrebbe potersi dire “Mi malvenis Milanon” = Sono venuto via da Milano. Il linguaggio adulto in questo caso preferisce “Mi venis de Milano” o “Mi venis el Milano” e praticamente non usa l’accusativo.

3. malio

sig.: niente

e.s.: nenio

Anche in questo caso si tratta per il bambino di una normale applicazione di mal- premesso ad io = qualche cosa. Il contrario di qualche cosa è niente = malio. Il linguaggio adulto in questo caso usa una ben chiara altra radice: “neni-”.

4. malinterne

sig.: esternamente

e.s.: ekstere

mostra che il bambino ha chiaramente compreso il sistema dell’esperanto e lo usa in maniera flessibile. La parola è chiaramente comprensibile ma molto deviante rispetto all’uso interne / ekstere degli adulti.

5. malgraveda

sig.: non incinta

e.s.: ne graveda

è un altro caso di uso molto plastico delle possibilità dell’esperanto. La bambina in questione sta parlando alla mamma e raccontandole tutto quello che faranno quando la mamma non sarà più incinta.

Vediamo ancora alcuni verbi creati da radici sostantivali, che sono particolari almeno semanticamente. Solo un bambino parlante esperanto dalla nascita è in grado di produrli per la difformità da molte delle nostre lingue indoeuropee:

6. kuvi (en la kuvo)

sig.: fare il bagno, sguazzare nella vasca da bagno

e.s.: bani sin, esti en la kuvo, ludi en la kuvo

Subito dopo aver prodotto il normale:

7. sangis

sig.: ho sanguinato, ho perso sangue

il bambino dice:

8. mukis

sig.: ho moccolato, ho emesso muco dal naso

e.s.: elmeti mukon

9. haŭti

sig.: pellare, giocare con la pelle

e.s.: ludi per la haŭto

(detto alla mamma che continuava a grattarsi, pizzicarsi)

10. trasekigi (el tralavi)

sig.: seccare completamente

e.s.: tute sekigi

è, invece, l’applicazione di un prefisso, tra = attraverso, nel senso di completamente che viene usato nel linguaggio adulto solo per “lavare molto bene lavare completamente”. Il bambino lo applica anche a “seccare”.

11. literiĝas

sig.: cambiano le lettere, le cifre

e.s.: ŝanĝiĝas la literoj

è il meravigliato commento al cambiamento delle lettere e delle cifre in un videoregistratore che sta riavvolgendo il nastro. Qui si ha la radice base liter- = carattere, lettera o cifra, l’applicazione del suffisso -iĝ- nel senso di diventare e l’uso del tutto come voce mediale di un verbo nel senso di “succede un cambiamento automatico - senza agente apparente - delle lettere”.

Un esempio effettivamente molto deviante è il seguente:

12. ne ŝegu sur la divano

sig.: non sedere sul divano

e.s.: ne sidu sur la divano

nel quale il bambino forma il verbo “seĝi”, con il senso di “sedere” dalla parola “seĝo”, in maniera che nessun adulto farebbe in quanto il significato di sedia è molto marcato nella parola seĝo ed a nessun adulto potrebbe venire l’idea di usare quella radice per “sedere”.

Nel campo degli avverbi, derivati da radici verbali (halt- = fermarsi e salt- = saltare) o sostantivali (paŭz- = pausa), abbiamo i seguenti due esempi detti in sequenza:

ege halte, ege paŭze, ege salte

in maniera molto da fermo, in maniera molto da pausa, in maniera molto saltante longe haltante, kun granda paŭzo, saltante tre alte

L’avverbio halte viene dal verbo halti = fermarsi. È una possibilità latente nella lingua ma non attualizzata dagli adulti.

Seguono ora una serie varia di creazioni originali sia semanticamente sia dal punto di vista dell’uso dei morfemi.

13. mez-falĉilo (kontraste al rand-falĉilo)

sig.: falce per il mezzo - del giardino (in contrasto con la falce per il bordo del giardino)

e. s.: falĉilo por la mezo / falĉilo por la rando

14. tioj

sig.: quelle cose (plurale di ciò)

e.s.: tio

In esperanto tio significa ciò e ci sono ampie discussioni tra gli esperantisti se il plurale abbia un senso o no. Ovviamente in teoria il plurale è regolarmente formabile. Normalmente nel linguaggio adulto si tende a dire tiuj = quelli per una serie di gruppi cose che non si vogliono o non si sanno nominare. Questo bambino usa senza problemi il plurale di tio.

15. nepomo

sig.: un frutto che non è una mela

e.s.: ne pomo

In esperanto la negazione ne = no, non, può essere usata come prefisso. Ad esempio:

utila = utile

neutila = inutile

malutila = dannoso

L’uso del prefisso ne è molto attestato con i sostantivi in casi come neamiko = qualcuno che non è un amico pur senza essere un nemico. Non è attestato nel caso di frutti. In questo caso il significato sarebbe “un frutto che non è una mela”; espressione formata regolarmente.

16. okaza

sig.: occasionale

e.s.: por la okazo, pro la okazo

17. problema

sig.: problematico

e.s.: havas problemojn

Si tratta di due aggettivi formati da una radice verbale e da una radice sostantivale, insoliti, anzi molto insoliti.

Abbiamo ancora in questo gruppo la forma:

samante (kiel mi)

che è formata sull’aggettivo sama = stesso, uguale, reso prima verbo, sami = essere uguale, essere lo stesso, e poi usato al participio presente attivo avverbiale. Si tratta di una forma piuttosto complessa ed usabile, come in questo caso, quando il soggetto del verbo della proposizione dipendente (samante kiel mi) è lo stesso del verbo della proposizione principale. In questo caso il senso è: essendo come me, tu (...)”.

I tre sostantivi che seguono sono devianti solo per il senso:

18. esting-fajrujo

sig.: recipiente per spegnere il fuoco

e.s.: ujo por estingi fajron

Sostantivo formato regolarmente (si tratta di un recipiente sotto la macchinetta dei pompieri usato per metterci il fuoco da spegnere).

19. akvujo

sig.: contenitore d’acqua

e.s.: sitelo

20. skribilisto

sig.: scrittore, scrivente

e.s.: skribisto, skribanto

Mentre akvujo è molto deviante solo per il fatto che gli adulti non usano la parola generica akvujo per secchio, skribilisto = professionista degli strumenti per scrivere, è solo una resa ridondante di skribisto. Potrebbe essere usato per tradurre “scriba”. Letteralmente: colui che professionalmente lavora con strumenti per scrivere.

21. ene estas akve

sig.: dentro è bagnato

e. s.: interne estas malseke

è notevole per una serie di cose. Intanto ene = dentro non è normalmente usato dagli adulti in prosa ma solo in poesia. È una forma avverbiale regolarmente derivata dalla preposizione en = in.

Bagnato è stato ricavato dal sostantivo akvo = acqua. Infine giustamente l’aggettivo ha la forma dell’avverbio, in quanto il soggetto della frase è indefinita. In esperanto, come in latino ed in molte altre lingue, in questo caso si usa la finale dell’avverbio per tradurre il neutro: “dulce et decorum est (...)”.

Gli ultimi casi trattati in questo gruppo sono interessanti per i seguenti motivi:

22. muziĝis en la muzejo

sig.: ha museato nel luogo in cui si musea

e.s.: vizitis la muzeon

reinterpreta il suono finale eo della parola muzeo come ejo = luogo e costruisce il verbo corrispondente “museare”. In fondo “oni preĝas en preĝejo”, perché non “oni muzas en muzejo”? In entrambi i casi si trattano di luoghi in cui si fa qualcosa, e, per il bambino, il “museare” è molto più concreto del pregare.

mi superruliĝos vin

mi superruliĝos viajn genuojn

invece applica l’accusativo ad un verbo intransitivo. Si tratta di un procedimento normale in esperanto in cui la n posposta ha semplicemente il senso di collegamento dell’argomento principale - che non sia il soggetto - al verbo. Il senso è: “Io mi rotolo su di te”. Nel linguaggio adulto si direbbe “Mi ruliĝas super vi”

4.3 Conclusioni sulla creatività e sulla ‘’non creolizzazione’’.

Dal punto di vista della creatività il materiale esaminato permette di trarre alcune conclusioni.

L’esperanto è certamente una lingua molto regolare e come tale viene proposta dai suoi sostenitori (vedi per tutti Migliorini, 1927-1995 ed Eco, 1993).

D’altro canto questa regolarità riguarda principalmente la mancanza d’eccezioni relativamente alle regole fondamentali dell’esperanto, le famose 16 regole del Fundamento de Esperanto (Zamenhof, 1905). In altre parole se i sostantivi finiscono sempre in -o, effettivamente non c’è alcun sostantivo che si sottrae a questa regola. Discussioni particolari su alcuni classi di sostantivi particolari, ad esempio i nomi propri di città, che possono, se non assimilati, finire in altra maniera, non ci riguardano in questa sede.

Questa regolarità è molto meno evidente nella scelta del materiale lessicale. Si hanno a questo proposito alcuni principi seguiti da Zamenhof, ma prevalentemente si tratta di procedimenti empirici e non avrebbe potuto essere altrimenti.

Uno dei procedimenti interessanti ai nostri scopi è quello della quantità di ridondanza permessa in esperanto. In particolare in casi come quelli delle parole antonime (bello / brutto), Zamenhof cercò di scegliere come radice base una delle due e di derivare l’altra mediante il suffisso “mal-”, secondo un procedimento molto impiegato in varie lingue, ad esempio nell’italiano: utile / inutile e simili.

Non possiamo entrare qui in discussioni circa la scelta opportuna della radice non marcata come base della coppia di termini, anche se peraltro analisi fatte in diverse occasioni hanno sempre mostrato che l’intuito linguistico di Zamenhof era molto buono e che la maggior parte delle radici di base è effettivamente non marcate (Nagata, 1977).

Questo tipo di formazione di parole si rivela molto produttivo nei bambini esaminati, che lo imparano subito e lo sovraestendono, come abbiamo visto nella sezione precedente, a molti casi, per i quali la lingua adulta usa termini diversi spesso per influenza delle lingue nazionali europee ed a volte, nei casi più devianti, per mancanza di correlazione semantica immediata.

Un esempio del primo tipo è l’opposizione tie / maltie (= là / qua), opposizione perfettamente regolare ed accettabile in esperanto, ma bloccata dall’uso di tutte le lingue naturali che Zamenhof conosceva, per questo in esperanto fu codificato tie / ĉi-tie seguendo l’esempio di queste parole in francese, usando in altre parole la particella d’avvicinamento “ĉi”.

Come esempio del secondo tipo possiamo forse prendere la parola “malmateno” usata da uno dei soggetti nel senso di “sera”. Anche in questo caso vediamo che in esperanto si usano normalmente nel linguaggio adulto i due termini “mateno” / “vespero” (= mattina / sera), ma niente avrebbe impedito a Zamenhof di usare “malmateno” per “sera”, se non il fatto che in tutte le lingue a lui conosciute si usavano due parole diverse. Eppure egli non aveva esitato ad usare “ami” / “malami” (= amare/odiare) anche se pure in questo caso l’uso nelle lingue nazionali avrebbe sconsigliato la soluzione che invece Zamenhof adottò.

Questa sovraestensione dell’utilizzazione del “mal-” sembra essere un tratto tipico dell’esperanto parlato da esperantisti dalla nascita.

È interessante notare che gli adulti, che parlano l’esperanto come L2, e specialmente i poeti ed i letterati in genere, tendono ad usare il meno possibile parole formate con il prefisso “mal-”, da loro giudicato inespressivo (vedi per tutti le numerose opere di Waringhien, ad esempio Waringhien 1959) ed il dibattito è tuttora vivissimo in ambienti esperantofoni.

Similmente abbiamo notato molteplici casi di sovraestensione dell’uso d’altri suffissi (vedi per tutti peniso / penisino, ma anche kanto / kantejo), che seppure con frequenza inferiore all’uso di “mal-” indicano che un forte procedimento d’analogia logica è in funzione nella mente di questi bambini e li porta a produrre forme inabituali nel linguaggio cristallizzato degli adulti, ma pur perfettamente regolari sulla base delle regole dell’esperanto. In questo senso la regolarizzazione del pur regolare esperanto è uno dei tratti dell’esperanto infantile.

Un’altra delle caratteristiche dell’esperanto dei parlanti nativi, che si può trarre dal nostro materiale, è ancora più importante per lo studio della potenziale evoluzione dell’esperanto.

L’esperanto funziona in base alla regola che ogni radice (morfema lessicale) può essere legittimamente unita ad ogni morfema grammaticale ed usata, purché dal punto di vista semantico il risultato abbia un senso comprensibile.

Ad esempio:

bicikl- = radice base per bicicletta

bicikl-o = bicicletta

bicikl-i = andare in bicicletta (biciclettare)

bicikl-a = ciclistico

bicikl-e = in bicicletta (ciclisticamente)

La -o, -i, -a ed -e sono i morfemi grammaticali principali dell’esperanto e danno alla radice il senso di sostantivo, verbo, aggettivo e avverbio (che in esperanto esprime molte più modalità che non in italiano, dove si preferiscono a volte locuzioni con preposizioni: “in bicicletta”).

Il dibattito tra gli esperantofoni sui limiti di questa possibilità teorica è stato molto vasto in passato, fino ad una prima sistemazione della materia da parte del fratello di Renée de Saussure[22] e continua ancora oggi specialmente circa il significato di alcuni dei verbi derivati da radici sostantivali. (Vedi, in rete,[23] La Plena Manlibro de Esperanta Gramatiko di Bertilo Wennergren).

Non coscienti di questi dibattiti i bambini studiati creano una quantità di questi verbi notevole.

Ricordiamo qui: “muki” (= avere il mocciolo), “nazi” (=nasare, strofinare i nasi giocando), “kuvi” (vascare, stare nella vasca da bagno).

Questi verbi perfettamente legittimi non sono molto frequenti nel linguaggio adulto, semplicemente per mancanza di esempi nelle lingue nazionali, specialmente in quelle indoeuropee). Solo autori che usano l’esperanto in maniera elastica e sfruttandone appieno le possibilità, hanno il coraggio di usarli e consigliarli. (Si veda per tutti Claude Piron[24], che in “La bona lingvo”, specificamente consiglia l’uso di “bicikli” o “aŭtomobili”)

Ovviamente alcuni dei verbi creati dai soggetti hanno anche altre caratteristiche. Ad esempio «lang-et-i” (leccare un poco) creato da “lango” (= lingua) trova un limite nell’uso degli adulti anche nella reticenza a descrivere in dettaglio l’operazione di leccare un gelato usando la lingua.

Lo stesso si può dire per il verbo “seĝi”, che forse trova un limite di altra natura, in quanto la radice “seĝ-” resta probabilmente legata nella mente adulta all’oggetto più che all’azione di sedersi.

Una osservazione particolare potrebbe farsi per quanto riguarda l’età dei soggetti ed il collegamento tra questa ed il grado di “intervento” sulla lingua. I nostri dati in effetti giustificano solo un collegamento non molto forte, per cui ulteriori ricerche sono necessarie.

Non sembra particolarmente necessario dedicare molto spazio alla “non creolizzazione”, in quanto tutti i dati indicano concordemente una creatività basata sull’uso di regole già previste nella grammatica dell’esperanto e codificate da Zamenhof stesso. Quello che sembra avvenire è lo sfruttamento di tali regole in maniera consistente da parte dei parlanti dalla nascita. Per una serie di interferenze dalle L1 gli adulti parlanti di esperanto come L2 non sembrano potersi avvalere di tali regole, quando queste sono troppo distanti dal modo di funzionamento delle loro L1.

Questo non ha punti in comune con il processo di creolizzazione di lingue pidgin, che prevede l’espansione del lessico e l’evoluzione della morfosintassi verso un sistema più elaborato. Questi sono i fenomeni generalmente ammessi da tutti i linguisti che si occupano di questi problemi, indipendentemente dal loro approccio teorico. Per una rassegna vedi Arends, Muysken e Simth, 1995.

Nel caso dell’esperanto il lessico tende, eventualmente, a restringersi, in quanto si utilizza il sistema di creazione di nuovo lessico mediante prefissi e suffissi. Né, sembra, vengono create nuove regole di funzionamento della lingua. Non si ha grammaticalizzazione ma semplicemente applicazione di regole già presenti e descritte all’inizio stesso dell’esperanto.

In questo senso si deve ammettere che il riferimento alla rinascita dell’ebraico da parte di Versteegh è appropriato.







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APPENDICE



Forme particolari in esperanto non tutte discusse nel corso dell’articolo



povintus

okupatas

ne lampoŝirmilo sed ampolirmilo

iometo/n

treege

iometo



Giochi linguistici e parole inventate



malhorloĝo kun malstreĉigilo

maletikedo

malŝeligas (vin – rimboccando la manica della mamma)

vin-beroj estas beroj el vino

malnerostita

pluv-larmoj, larminoj

magneton fonon

fermestro

telemofobilon

papon kaj eron: paperon

nuno kaj ino: nunino

olo de skato: statolo

fil-infano (knabo)

ba ba black so ....

Kokino pendas de la mur’

kameno / kamelo



Interferenze dalle lingue nazionali



malegrazie

akvo-kresoj

hopi

plompos

telesono

bomis

ferstantis



Grammatica



rigardi la akvon elfluante

ĉu ni ne manĝas fiŝojn kaj ankaŭ ne

vegetaranoj

en la skatolon

vekigas

ne ludu ni

ba ba balack so / have you any wool

-o / Jeso jeso tree bags fulo / one for

the masto, one for the dame / and one

for the little boy who lives down the paco.

Ripetuta spesso cambiando le radici lessicali. Ad esempio in alcune versioni si trova: lenjo. Ad esempio:

jeso jeso, three bags fulo/ one for the mastro, one for the dejmo/ and one for the little boy who lives down the lejno.







Parte di questo materiale è comparso in altra forma e con altro focus nella rivista Language Problems & Language Planning (Corsetti, Pinto, Tolomeo 2004). Il materiale è stato raccolto in una ricerca effettuata nel quadro di una tesi di laurea effettuata presso la cattedra della Prof.ssa Maria Antonietta Pinto della Facoltà di Psicologia 2 dell’Università “La Sapienza” di Roma e discussa nel marzo 2003. Alla prof.ssa Pinto vanno tutti i meriti relativi all’impostazione della ricerca e dell’analisi dei dati relativamente ai diversi livelli di creatività.

Eco, U. (1993), La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari: Editori Laterza.

Bausani, A. (1974), Le lingue inventate Linguaggi artifìciali — Linguaggi segreti — Linguaggi universali, Roma: Ubaldini Editore. (Il libro fu pubblicato originariamente nella traduzione tedesca Geheim- und Universalsprachen: Entwicklung und Typologie, Stuttgart: Verlag W. Kohlhammer GmbH).

Uno degli inventori di questo tipo di lingue è ben noto al pubblico italiano. Si tratta del grande pedagogista Comenio. Si può vedere di Comenio: Komensky J. A. (1991), Panglottia - Parte quinta della consultazione universale sulla riforma delle umane cose, Verona: Libreria Editrice Universitaria. Traduzione, introduzione e note sono di Giordano Formizzi.

Blanke, D. (1985), Internazionale Plansprachen: Fine Einführung, Berlin: Akademie-Verlag.

Nelle lingue cosiddette a priori, viceversa, anche il materiale lessicale è inventato sulla base o di considerazioni filosofiche, come avveniva per le lingue ideate da Leibnitz o Wilkins oppure di considerazioni di altra natura, non esclusa la pura invenzione, come in Loglan, anche se giustificata con criteri di astratta logica.

Gledhill, 1998.

Traduzione dell’autore da Wells, J. (1989), Lingvistikaj aspektoj de Esperanto, Rotterdam: UEA.

Zamenhof, L. (1903/1954), Fundamenta krestomatio de la lingvo Esperanto, 17esima edizione, Rickmansworth, UK: Esperanto Publishing Company, 234-235.

Pei, M. (1969), Wanted: A World Language, Public affairs Pamphlet no. 434, New York: Public Affairs pamphlets 12.

Large, A. (1985), The Artificial Language Movement, Oxford: Basil Blackwell and André Deutsch.

Corsetti, R. (1987), L’esperanto in pratica: istruzioni per l’uso, in Chiti-batelli, A. (a cura di), La comunicazione internazionale tra politica e glottodidattica, Milano: Marzorati Editore, 178-180.

Si tratta della famiglia Butler, di cui una delle cinque figlie è ancora vivente. Vedi: La Penna, I., Lins, U., Carlevaro, T. (1974), Esperanto en Perspektivo, Londra-Rotterdam: Centro de Esploro kaj Dokumentado pri la Monda Lingvo-Problemo, pag. 59.

Internacia Infana Kongreseto in esperanto, cioè Piccolo Congresso Infantile Internazionale.

Rondo Familia in esperanto, con sede presso la Universala Esperanto-Asocio, Nieuwe Binnenweg, 176, NL-3015 BJ Rotterdam, Olanda.

Questa stima è apparsa per la prima volta in Saunders, G. (1988), Bilingual Children: From Birth to Teens, Clevedon: Multilingual Matters.

http://www.helsinki.fi/jslindst/denask.1.html

Nel sito dedicato al cornico: http://www.cornish-language.org/english/faq.asp leggiamo (traduzione nostra): Quanto è usato il cornico oggi? La rinascita dello studio del cornico ha fatto molti progressi dal 1970 tanto che la gente ha ricominciato effettivamente a riparlare la lingua nelle situazioni di tutti i giorni, ed alcuni hanno ricominciato ad educare i loro figli parlando in cornico. Negli anni '80 è comparso un gruppo di parlanti di cornico sicuro di sé, che hanno migliorato le loro capacità di conversare incontrandosi nei “fine settimana in cornico” e in locali pubblici. Negli anni '90 il numero dei parlanti di cornico è aumentato a centinaia, ed anche a migliaia, se consideriamo coloro che avevano una qualche conoscenza di alcuni aspetti della conversazione in cornico. Ora nel ventunesimo secolo il cornico è usato in un largo numero di posti con scritte in cornico che compaiono tutti i giorni.

In termini di tipologia lingusitica tradizionale l’esperanto si può forse descrivere meglio come un creolo artificiale, lessicalmente derivato da una combinazione delle lingue principali dell’Europa Occidentale ma con strutture morfosintattiche che sono state generalizzate sistematicamente.

Il sistema ridotto di tempi ed aspetti nell’esperanto nativo è generale in tutti i parlanti, proprio perché i parlanti dell’esperanto come seconda lingua sembrano avere generalmente un sistema molto più completo.

“(...)sembra esserci mantenimento dell’accusativo solo dove la lingua di adstrato del parlante nativo detta tale mantenimento. Ed anche in questi casi esso non è usato conseguentemente.”

Saussure, René de (ps. Antido) (1910), La costruction logique des mots en Espéranto, Genève, Universala Esperanta Librejo.

http://www.berti1ow.com/pmeg/

Piron, Claude (1989), La bona lingvo, Wien/Budapest: Pro Esperanto/Hungara Esperanto-Asocio.