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A038 Globalizzazione e valori culturali

 

Globalizzazione e valori culturali


Sta diventando di moda affermare che la civiltà umana, ricca di tante sfaccettature e di tante tradizioni, è minacciata da un mostro chiamato “globalizzazione”, che pochi popoli ricchi vorrebbero imporre, con la forza delle loro floride economie e con l’arroganza dei loro dissennati consumi, a tutti i popoli più deboli, come versione aggiornata (o soltanto più ipocrita) del colonialismo imposto con la forza delle armi. Vale però la pena di ricordare che il modello proposto in forma “globale”, ed imitato o subito più meno coscientemente, non è conseguenza diretta soltanto dello sfruttamento e del genocidio (che pure non sono mancati), ma anche del diritto romano, delle libere università nate nel medio evo, delle dottrine politiche sviluppate nel “secolo dei lumi” ed erette a sistema nella rivoluzione francese. Non si può quindi parlare seriamente di globalizzazione trascurandone i valori culturali, che sono molto di più di un modello economico; il mezzo con cui questi vengono proposti, e attraverso il quale è possibile un confronto “globale”, è la lingua. Qualche riflessione a questo proposito è suggerita dall’articolo La lingua inglese tra globalizzazione e plurilinguismo di Maresa Sanniti di Baja, di recente pubblicazione in questa rivista, in cui viene messo in evidenza il ruolo particolare che la lingua inglese si appresta a svolgere in questo contesto. Una visione da un’angolatura un po’ diversa può fornire qualche elemento di valutazione in più.

Quale inglese per la globalizzazione?


Emerge chiaramente dall’articolo citato che dell’inglese si stanno sviluppando varianti che acquisiscono una loro individualità e una loro tradizione e normativa. Già Oscar Wilde scriveva, nel “Fantasma di Canterbury”, che “gli inglesi e gli americani hanno tante cose in comune, tranne naturalmente la lingua”, e ancora non si poneva il problema dell’inglese indiano o caraibico. Però inevitabilmente il problema di una normazione comune verrà a porsi, e la flessibilità che l’inglese è andato dimostrando con la nascita dei “nuovi inglesi” può essere una forza o una debolezza, a seconda dei punti di vista.

 


Se riandiamo al nostro passato non tanto lontano, per l’acquisizione di una coscienza nazionale i nostri padri hanno cercato di stabilizzare la lingua italiana, che in fondo aveva un’ottima tradizione scritta, e un buon modello di riferimento nel toscano (e qui lasciamo perdere la diatriba, se il più puro fosse quello parlato a Firenze o a Siena, in città o in campagna), fino ad arrivare al compromesso “lingua toscana in bocca romana”. Se si leggono le diverse edizioni dei “Promessi Sposi” si vede il lavoro da certosino a cui il lombardo Manzoni si era sottoposto per “risciacquare i panni in Arno” e dare un modello di lingua ai suoi connazionali. Se si legge “L’idioma gentile”, ormai dimenticato, del ligure De Amicis, si vede come fosse preoccupazione dell’autore catalogare fra gli errori tutte le espressioni dialettali, e ricercare fra i toscani puro sangue le giuste attribuzioni di significato fra sinonimi: il capitoletto sui letterati che domandano per le campagne di Siena quale sia la differenza fra “scricchiolare” e “sgrigliolare” è delizioso! Si usa dire ormai che l’italiano parlato, quello che sta davvero mettendo in soffitta i dialetti, non è quello degli autori classici e dell’Accademia della Crusca, ma quello della televisione; in questa frase c’è del vero, però la lingua della televisione, soprattutto all’epoca del monopolio, quando i dirigenti della RAI, con un misto di idealismo e di presunzione, attribuivano al nuovo mezzo espressivo anche un valore didattico, si sforzava di aderire al modello Manzoni – De Amicis.

E allora sorge spontanea la domanda: che forma di inglese sarà accettato, o accettabile, e quanto peseranno sulla comprensione le diverse sfumature dei “nuovi inglesi”? Chi usa l’inglese in ambiente di lavoro, perché è dipendente di una multinazionale, o perché partecipa a convegni scientifici “poveri” (senza traduzione simultanea), o perché ha la ventura di leggere o scrivere relazioni per l’Unione Europea, si accorge che sta emergendo almeno un altro “nuovo inglese”, chiamiamolo “burocratico” o “di lavoro”, che poi si frantuma in dialetti a seconda della provenienza dell’oratore o del relatore, dialetti riconoscibili abbastanza bene dopo una certa frequentazione dell’ambiente. Di solito, almeno nelle riunioni ristrette, vale l’accordo fra gentiluomini che i “parlanti madrelingua” da una parte saranno indulgenti per gli errori degli altri, dall’altra parleranno lentamente e chiariranno il significato delle espressioni che risultano ostiche. La mia esperienza dice che l’indulgenza di solito viene osservata al limite dello stoicismo, che la lentezza nella parlata non va oltre il primo quarto d’ora, e che raramente qualcuno che non capisce un’espressione ha il coraggio di confessare la propria ignoranza. Se per ragioni di lavoro si devono leggere testi o relazioni, o anche articoli scientifici, scritti un po’ frettolosamente in inglese da stranieri, ci si trova di fronte ad una lingua piatta articolata su non più di 2-300 vocaboli, e ad a un campionario di errori grammaticali, con molti esempi di espressioni assolutamente incomprensibili.

Si può quindi dire che l’inglese sta mostrando una notevole flessibilità nell’ammettere diversi modelli di “inglese madrelingua”, che si differenziano fra di loro ma rimangono mutuamente comprensibili, e una molteplicità ancora maggiore di stereotipi di “inglese non madrelingua” o “inglese lingua franca”, che non si possono chiamare modelli perché non si propongono all’imitazione di nessuno, e fra cui eccellono per indecifrabilità lo stereotipo francese e quello giapponese. Quanto abbiano contribuito alla nascita di questi stereotipi, e quanto contribuiscano alla loro sopravvivenza, gli insegnanti, le inflessioni di pronuncia, le tradizioni espressive delle diverse lingue, è argomento che meriterebbe approfondimento.


La globalizzazione e la diversità delle culture

Se l’inglese tende a diventare la lingua della “globalizzazione”, dovrebbe entrare nel mirino del cosiddetto “popolo di Seattle” (o di Porto Alegre, come preferisce chiamarsi adesso). Oggi questo non sta avvenendo, probabilmente perché, a dispetto degli enunciati, la matrice culturale dei contestatori è altrettanto “globale” quanto quella degli aspetti contestati, e si esprime con gli stessi strumenti. Se però vogliamo applicare lo stesso modello critico ai fenomeni linguistici, dobbiamo domandarci:

1. 1. Quali sono le ripercussioni positive e negative sul patrimonio culturale dell’affermazione di una sola lingua a livello internazionale?

2. 2. Nel caso che ci siano ripercussioni negative, è possibile limitarle, e come?

Rispondendo alla prima domanda, sta avanzando la convinzione che la comprensione a livello di massa si possa raggiungere in maniera più facile ed economica affidandosi ad una sola lingua; gli aspetti positivi appaiono prevalenti, e per alcuni ormai irrinunciabili. Permangono due preoccupazioni, sul piano culturale e sul piano economico:

1. 1. Una lingua unica per le relazioni internazionali, diventando dominante, può danneggiare le culture che si esprimono attraverso altre lingue;

2. 2. Le persone per cui questa lingua è anche la madrelingua possono conseguire un vantaggio (una rendita di posizione) rispetto agli altri.

Per la prima preoccupazione, ci può venire in soccorso la storia. Regolarmente una nazione che si è imposta sulle altre, di solito militarmente, ha imposto la propria lingua. Però c’è stata un’eccezione rilevante: Roma impose il latino in Italia e in tutto il mondo occidentale, ma conservò col massimo rispetto il greco, che anzi divenne il mezzo di comunicazione con cui si identificavano i romani colti. Ne conseguì l’importazione a Roma di schiavi insegnanti di greco, che presero a godere di uno “status” superiore a quello degli altri schiavi, e così via. La forte motivazione di una élite culturale e facoltosa, ricordata col nome, forse riduttivo, di ”circolo degli Scipioni”, ebbe sulla storia della cultura un’influenza notevolissima. Contemporaneamente, Roma distruggeva sistematicamente le vestigia della cultura etrusca, che era considerata di livello inferiore. È quindi possibile proteggere le lingue che si vogliono conservare, purché ci sia una forte motivazione a farlo.

Per la seconda preoccupazione, si può fare qualche considerazione spicciola. La rendita di posizione è tanto maggiore quanto più difficile è l’apprendimento della lingua per i rapporti internazionali, e quanto meno discriminante per l’accesso al mondo del lavoro più qualificato è considerata la capacità di esprimersi imitando il modello imposto dai “parlanti madrelingua”.

Adesso il rafforzamento dell’Unione Europea come soggetto politico, che interviene direttamente in molte materie che prima erano riservate ai singoli stati, fa rimbalzare questi problemi sull’Europa, che si trova ad essere un modello di comunità con una pluralità di lingue, ognuna delle quali ha la sua storia e la sua cultura: anche se molte parlate locali sono state sminuite a vantaggio delle lingue nazionali, quelle che rimangono sono sempre troppe perché possa conservarsi un modello tipo svizzero o belga, in cui ogni lingua ha gli stessi diritti, soprattutto a valle del prossimo ampliamento a tanti stati dell’Europa orientale. Questa situazione impone all’Unione Europea di prendere a breve termine decisioni di carattere strettamente politico sulla propria pratica linguistica, tenendo presente da un parte la necessità per l’Europa di non restare ai margini dei processi di “globalizzazione”, dall’altra le preoccupazioni di carattere culturale ed economico espresse sopra.


L’inglese è la lingua più adatta?

Ritornando ora all’articolo da cui abbiamo preso le mosse, vediamo i termini del confronto fra le potenzialità di una lingua etnica (e fra queste è indubbio che l’inglese si trovi in una posizione di vantaggio nettissima) e quelle di una lingua pianificata (e fra queste l’esperanto è l’unica che si possa chiamare lingua). Non dimentichiamo però che una lingua in primo luogo è l’elemento aggregante di una comunità, e vediamo con quali caratteristiche queste comunità si presentano:

L’inglese è contemporaneamente e separatamente l’espressione di una (o più) comunità di “parlanti madrelingua”, e l’espressione di una (o più) comunità di persone che desiderano avere rapporti internazionali con persone di madrelingua diversa. Fra queste ultime: a) una parte vede nelle lingue l’espressione di una cultura, e quindi le sente parte del patrimonio culturale dell’umanità, di conseguenza in linea di principio desidera conservare la propria cultura nazionale ed avvicinarsi ad altre culture nazionali attraverso l’apprendimento di altre lingue etniche; b) una parte è abbastanza indifferente a questa problematica ed è disposta anche a rinunciare alla propria lingua, o per motivi di praticità, o anche per gli stessi motivi ideali per i quali tanti in Italia hanno rinunciato coscientemente al proprio dialetto.

L’esperanto è l’espressione di una comunità che lo sente come seconda lingua da riservare alla comunicazione internazionale; i pochi che lo hanno appreso come madrelingua ne hanno contemporaneamente imparato (almeno) un’altra, e quindi sono plurilingui dalla nascita. La maggior parte delle persone che usano l’esperanto ritiene la pluralità delle culture un valore da difendere; non per niente nella letteratura pubblicata in esperanto le traduzioni hanno numericamente un peso maggiore delle opere originali, e la maggior parte dei letterati esperantisti si è dedicato anche alla traduzione dalla propria lingua etnica (fra parentesi, è appena uscita la traduzione in terza rima del Purgatorio, che si affianca all’Inferno pubblicato qualche decina di anni fa; il Paradiso è in gestazione).

Da queste considerazioni si può dedurre che un’autorità politica che volesse favorire l’uso dell’inglese sul piano internazionale e contemporaneamente non rinunciare ai valori espressi dalle lingue etniche dovrebbe sicuramente impegnarsi a far sì che l’inglese non diventi una lingua dominante e schiacci le altre culture, e quindi dovrà lanciare iniziative che accentuino i valori della diversità: sostegno alle lingue del territorio (nazionali o locali, può dipendere dalle condizioni), insegnamento di più lingue straniere, e così via. Se invece volesse favorire l’uso dell’esperanto, sarebbe pressoché scontato che la motivazione del gruppo che ora lo usa, e che quindi sarebbe chiamato ad insegnarlo, automaticamente gli assegnerebbe un ruolo di seconda lingua, o meglio di lingua ponte, nel pieno rispetto delle culture espresse da altre lingue; il sostegno alla diversità linguistica non sarebbe un’aggiunta, ma parte integrante della “via esperantista alla globalizzazione”.

Resta ancora il problema del vantaggio, economico e psicologico, di chi conosce in partenza la lingua da usare nei rapporti internazionali. L’articolo a cui faccio riferimento cita studi che quantizzano la maggior facilità di apprendimento dell’esperanto come seconda lingua. Per quanto si tratti di studi di pedagogia condotti con rigore scientifico, in realtà rispecchiano solo in parte quello che è il punto cruciale della facilità dell’esperanto: entro una cornice grammaticale semplice, e un corpo lessicale flessibile, ognuno è libero di strutturare le frasi senza dover preoccuparsi di imitare un modello fissato da uno zoccolo duro di “parlanti madrelingua”, i soli abilitati a determinarne l’eventuale evoluzione; l’esperienza ha dimostrato che questa libertà ha prodotto un arricchimento della lingua, senza indurne la degenerazione in dialetti diversi. Sempre lo stesso articolo cita il fatto che man mano anche nell’inglese si sta sviluppando una specie di insofferenza da parte di coloro che lo hanno appreso come seconda lingua ad accettare pedissequamente un modello, anche perché si trovano già a dover scegliere fra il “modello inglese” e il “modello americano” (non credo che il “modello indiano” goda della stessa popolarità in Europa e in America Latina, ma probabilmente in Asia centrale sì), e che questo comincia a preoccupare i puristi; sarebbe un sintomo di “esperantizzazione dell’inglese”, e questa espressione andrebbe intesa in senso positivo, in quanto porterebbe a ridurre progressivamente la rendita di posizione di chi l’inglese lo sa già.

In conclusione, la globalizzazione potrà portare alla semplificazione nei rapporti internazionali attraverso l’uso di pochissime lingue a grande diffusione, potenzialmente di una sola. La candidatura dell’inglese a questo ruolo è dettata soprattutto dalla forza dell’economia americana, è sostenuta da una comunità variegata che già oggi usa l’inglese come seconda lingua, e può venire rafforzata dal potere politico, in particolare quello che si esercita attraverso organismi sopranazionali. Lo stesso potere politico può essere sollecitato a tenere conto delle sensibilità culturali (ed economiche) di chi vedrebbe la propria lingua messa intenzionalmente in secondo piano, e quindi può mettere in atto azioni positive (è un termine di moda) per garantire la sopravvivenza delle lingue che ne verrebbero danneggiate. In alternativa, lo stesso potere politico può porre attenzione all’uso dell’esperanto come seconda lingua da parte di una comunità che lo ha adottato proprio avendo in mente queste esigenze culturali ed intendendo ridurre al minimo posizioni attuali di privilegio, e verificare se questa comunità non possa costituire il punto di partenza per un processo di “globalizzazione linguistica” più rispettoso dei valori culturali.

Indipendentemente dal potere politico (il saluto che ogni anno il direttore dell’UNESCO porta al congresso degli esperantisti è poca cosa), la comunità degli esperantisti continua a proporre, attraverso l’esempio pratico, la sua soluzione a chi vede nell’equilibrio fra le diverse lingue etniche la miglior garanzia per la pluralità delle culture.