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A039 Gli esperantisti e le lingue che muoiono

Scritto da Nicola Minnaja. Archiviato in Approfondimenti

Un problema reale, un’obiezione insidiosa


Ogni tanto (e in particolare ora durante il cosiddetto “anno delle lingue”) si sente risonare un lamento funebre per la prossima scomparsa di numerose lingue etniche, ormai ridotte ad un numero minimo di parlanti; secondo alcuni linguisti sarebbero alcune decine le lingue il cui ricordo è ormai affidato ad una sola persona. Gli stessi studiosi si pongono il problema di come preservare questo patrimonio culturale dell’umanità.

Parallelamente, si sta diffondendo l’opinione che lo stesso fenomeno non tarderà a manifestarsi su scala mondiale, portando come risultato la sopravvivenza di una sola lingua a larga diffusione, mentre tutte le altre inesorabilmente perderanno importanza, fino a scomparire. La stragrande maggioranza di coloro che abbracciano questa opinione non esita ad attribuire all’inglese il ruolo di lingua destinata a prevalere, e molti ritengono di dover favorire il corso “inevitabile” delle cose riconoscendo fin da ora un ruolo privilegiato all’inglese nella formazione scolastica di base, nell’uso esclusivo come lingua di lavoro di strutture internazionali e così via, a scapito di altre lingue etniche ed anche della propria lingua materna.

 


Quando gli esperantisti argomentano che la scomparsa di lingue etniche sarebbe un’eventualità dannosa per la civiltà umana nel suo complesso, e quindi dovrebbe venire contrastata e non favorita, l’obiezione che viene loro rivolta è che in fondo l’obiettivo degli esperantisti è lo stesso, con la pura e semplice sostituzione dell’inglese (che parte già da un buon livello di diffusione e dall’appoggio di una solida struttura economica) con l’esperanto (sicuramente svantaggiato in partenza, anche se di apprendimento più facile).

La risposta a questa obiezione non è ovvia. La comprensione fra appartenenti a ceppi etnici diverse, e la contemporanea sopravvivenza con piena dignità delle diverse lingue etniche, è fonte, come si usa dire ora, di “conflitto di interessi”. L’esperanto è nato in un periodo in cui questo conflitto non si poneva (nessuna situazione di pericolo era prevedibile allora per le lingue esistenti), e quindi la validità della proposta degli esperantisti va riesaminata alla luce di questo conflitto attraverso una visione un po’ più ampia. Questo articolo non ha la pretesa di dare la soluzione, ma di fornire qualche spunto di riflessione.


Come scompaiono le lingue

Una lingua esiste come mezzo di espressione di un gruppo, ed è uno degli elementi alla base del gruppo stesso, o, come talvolta si dice, di identificazione del gruppo.

In tutti i casi di estinzione di lingue, segnalati e paventati dai linguisti, quello che si estingue è il gruppo che in quella lingua si identifica. Non è quindi la scomparsa della lingua che provoca un impoverimento culturale dell’umanità, ma l’estinzione di un gruppo portatore di una cultura. Preservarne la lingua, attraverso la stesura di una grammatica e di un vocabolario, la raccolta di testi tramandati ed eventualmente la loro traduzione in altra lingua sopravvissuta, è opera di archeologia, che va vista sotto questo aspetto.

L’apprendimento spontaneo di una nuova lingua può essere motivato dal desiderio di comunicare con un gruppo diverso, senza per questo ambire a farne parte, oppure dall’interesse ad entrare in un gruppo nuovo, e questo interesse può essere associato (ma non lo è necessariamente) alla rinuncia, più o meno consapevole, alla permanenza nel gruppo precedente.

L’imposizione ad altri gruppi, da parte di un gruppo dominante, dell’uso della propria lingua, può essere associata all’intenzione di mantenere gli altri gruppi in condizione di inferiorità permanente, oppure di inglobarli attraverso la perdita della loro identità. La scelta della rinuncia all’identità può anche essere una reazione difensiva dei membri dei gruppi subalterni (meglio aderire a un gruppo dominante che essere discriminati!), o una scelta consapevole di identificazione in un gruppo più ampio. Attraverso questo tipo di scelte, in parte forzate e in parte spontanee, si sono affermate le lingue cosiddette nazionali; le lingue locali, definite dialetti, sono state discriminate nella scuola (che contemporaneamente introduceva una normazione, fissando regole ortografiche e grammaticali), nell’uso da parte delle strutture pubbliche e così via, anche allo scopo di creare o rafforzare una coscienza nazionale.

Esistono minoranze linguistiche che hanno conservato la propria identità all’interno di nazioni linguisticamente omogenee. Un’accresciuta sensibilità per i valori culturali ad esse legati sta portando progressivamente a un riconoscimento più o meno esteso dell’uso di queste lingue, anche quando non coincidono con lingue predominanti in stati vicini.

Possiamo concludere che l’estinzione di una lingua non è un fenomeno linguistico (si perdoni il bisticcio di parole), ma l’emersione di un fenomeno sociale, collegato all’estinzione del gruppo portatore della lingua, o al suo assorbimento, spontaneo o forzato, entro un gruppo diverso.


L’esigenza di comunicazione

È di moda adesso parlare di “globalizzazione”, di solito in termini negativi, anche se molti non sanno poi definire questo termine e non sanno spiegare perché lo considerano una iattura (e di solito, se lo spiegano, portano esempi controproducenti!). Se ci limitiamo al suo significato etimologico, diciamo che oggi le possibilità di scambiare persone, informazioni, idee, merci e servizi anche fra luoghi molto distanti sono cresciute a dismisura. Ne consegue l’esigenza di comunicare fra persone che risiedono in luoghi distanti, in tempi brevi e preferibilmente senza intermediari (ricordiamo l’aforisma sempre attuale “traduttori, traditori”), con costi complessivi contenuti.

Anche se la traduzione automatica si sta sviluppando, non si può pensare che a breve termine persone appartenenti a gruppi linguistici diversi possano comunicare fra loro senza che vi sia un apprendimento, spontaneo o forzato, di lingue diverse dalla propria. In linea di principio questo apprendimento costituisce un arricchimento culturale, che ripaga dello sforzo necessario.

Sta tuttavia emergendo, e sta prendendo coscienza di sé, un gruppo “transnazionale” disposto a focalizzare il proprio apprendimento su una sola lingua, l’inglese, e ad ammettere che questa si avvia ad essere l’unico strumento di “comunicazione globale”. Questo gruppo si sta caratterizzando già oggi attraverso l’uso esclusivo dell’inglese per le proprie relazioni internazionali, attraverso la rinuncia consapevole all’apprendimento di altre lingue e attraverso la teorizzazione che le altre lingue appunto sono destinate a sparire nel giro di qualche generazione. La relativa difficoltà dell’inglese non è considerata un ostacolo: anzi, garantisce, almeno per un certo periodo di tempo, una sicura rendita di posizione a chi l’inglese lo sa già, ed è in grado di usarlo o di insegnarlo. L’esistenza di una rendita di posizione comune è uno degli elementi di aggregazione più forti di qualsiasi gruppo.

Di fronte al pubblico esterno, può apparire che questo gruppo sia affine a quello costituito dagli esperantisti, i quali pure propongono l’uso esclusivo dell’esperanto per le relazioni internazionali. Ma le somiglianze si fermano qui, e le differenze non sono di poco conto, e sono legate ai valori espressi dal movimento esperantista fin dalla sua nascita. In primo luogo molti esperantisti sono sinceramente interessati all’apprendimento di altre lingue, e non si propongono di ridurne il ruolo di strumento di comunicazione che cementa gruppi con una propria cultura, ne consente l’espressione artistica e li identifica rispetto ad altri gruppi linguistici. Ma soprattutto la facilità dell’esperanto implica non solo la riduzione del tempo e della fatica per l’apprendimento, ma anche, e questa è la vera differenza sul piano ideologico, la rinuncia ad una rendita di posizione legata alla conoscenza della lingua oggi: chi usa l’esperanto non si pone il problema di imitare l’uso “grammaticalmente corretto” stabilito da un gruppo dominante a cui cercare di assimilarsi, ma usa come meglio crede la flessibilità insita nella lingua, su un piano di parità con chi l’ha imparata prima di lui.

Non ci può quindi essere confusione. L’affermazione dell’esperanto come lingua pianificata adatta per le relazioni internazionali non può costituire un pericolo per le lingue esistenti, in quanto il gruppo che si identifica attraverso l’esperanto ha fra i propri valori la conservazione, e non l’assimilazione, spontanea o forzata, di gruppi che si esprimono attraverso lingue proprie, e quindi la sopravvivenza di tutte le lingue con pari dignità (diventerà di moda parlare di “glottodiversità”?). Può darsi che la rinuncia deliberata ad una rendita di posizione ostacoli la diffusione dell’esperanto, ma la consapevolezza dei valori che dividono gli esperantisti da coloro che, forse in buona fede, puntano su una soluzione diversa per la comprensione internazionale dovrebbe aiutare a presentare il problema nei suoi termini oggettivi.