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A043 I linguisti e l'esperanto

Scritto da Daniele Vitali. Archiviato in Approfondimenti

Abituato com’è a distinguere fra “lingue importanti”, che “danno lavoro” e sono parlate in più Paesi, e ‘‘lingue minori’’, il grande pubblico di solito trascura il fenomeno sociolinguistico costituito dalle “lingue pianificate”, dette anche “ausiliarie” o “artificiali”, quelle cioè frutto di una cosciente ingegneria linguistica anziché di una lunga glottogenesi.


L’idea di una lingua nata da un atto di creazione da parte dell’uomo, però, è da tempo oggetto di riflessione filosofica. Il 20 novembre 1629 Cartesio scrive all’abate Mersenne una lettera considerata la prima riflessione teorica sul problema di una lingua pianificata; sempre nel XVII secolo Jan Amos Komenský (Comenio) redige il Primo abbozzo di una nuova lingua armonica1, e della questione si occupano anche Francesco Bacone e Leibnitz2. Secondo A. D. Dulichenko3, autori noti e ignoti avrebbero proposto 50 progetti di lingue pianificate nel XVIII secolo, 246 nel XIX e 560 nel XX, solo fino al 19874.

Il primo progetto che riesce a concretizzarsi, però, è il Volapük (1879), opera dell’abate Johann Martin Schleyer. Il Volapük, prima lingua con una data di nascita precisa ad essere usata da una comunità di parlanti (per di più, di diverse nazionalità), attira subito l’interesse della Linguistica che, nella sua forma moderna, ha inizio proprio nel XIX secolo: nel 1888, Hugo Schuchardt scrive Auf Anlaß des Volapüks5, opera in cui difende le lingue pianificate dai pregiudizi subito affiorati e che non cesseranno più di accompagnarle.

Il 1879 è anche la data d’inizio della moderna Interlinguistica, cioè di quella branca della Linguistica che studia la comunicazione fra interlocutori di idiomi diversi, anche per mezzo delle lingue internazionali e ausiliarie, e che dal 1918 sarà riconosciuta ufficialmente come una scienza a sé6.

L’American Philosophical Society, fondata da Benjamin Franklin, elegge nel 1887 un Comitato per studiare il valore scientifico del Volapük: due anni dopo, il Comitato si pronuncia a favore della Lingvo Internacia, la “Lingua Internazionale” del Doktoro Esperanto, pseudonimo di Ludovico Lazzaro Zamenhof. Di lingue ausiliarie si occuperanno molti nomi noti della glottologia, quali Jan Baudouin De Courtenay, Edward Sapir, Otto Jespersen, N. S. Trubetzkoy7 e Max Müller, il quale dichiara di mettere “l’Esperanto al posto più alto fra i suoi concorrenti”8.

L’Esperanto nasce ufficialmente nel 1887, con la pubblicazione a Varsavia di un libretto in lingua russa poi battezzato il “Primo Libro”9. È l’inizio del movimento esperantista, che si propone di contribuire alla pace e alla comprensione fra i popoli diffondendo una lingua neutrale che diventi la seconda lingua di tutta l’umanità, ma parallelamente è anche un momento di svolta nello sviluppo dell’Interlinguistica.

Si appassionano all’idea della seconda lingua dell’umanità diversi scienziati, uomini politici, scrittori come Lev Nikolaevich Tolstoj, un cui articolo sulla rivista Esperantisto causa l’intervento della censura zarista (1895).

Intanto proliferano le proposte di lingua internazionale, nessuna delle quali però avrà la fortuna dell’Esperanto: nel 1898 nasce l’Idiom Neutral, nel 1900 il Latino sine flexione del matematico Giuseppe Peano, nel 1922 è la volta dell’Occidental, nel 1928 Jespersen presenta il Novial10.

Nasce l’Esperantologia, branca dell’Interlinguistica che studia l’Esperanto e la sua evoluzione: in quanto lingua socialmente usata, l’Esperanto si evolve, ma secondo particolari tendenze che ne fanno, una volta di più, un caso interessante. Anche Ferdinand De Saussure tratta il tema nel suo Cours de Linguistique Générale (1912).

Nuovo materiale alla discussione sull’evoluzione delle lingue pianificate viene dalla sconfitta della linea riformista all’interno del movimento esperantista: successive votazioni tenutesi alla fine dell’Ottocento avevano bocciato le riforme proposte, trasformando il Primo Libro in un intangibile Fondamento e affidando l’evoluzione dell’Esperanto all’uso dei suoi parlanti. La decisione induce i riformisti sconfitti alla rottura. Nel 1907, la Delegazione per l’adozione di una Lingua Internazionale, associazione di intellettuali e docenti universitari in gran parte favorevoli all’Esperanto, forma un Comitato per discutere del problema della lingua internazionale ausiliaria. A tale comitato partecipano fra gli altri linguisti come Jespersen e Baudoin De Courtenay, e il filologo Schuchardt. Inaspettatamente, il delegato esperantista espone al Comitato un progetto diverso, l’Ido, cioè “discendente”, un derivato dell’Esperanto.

La nuova lingua sembra prendere piede, ma non tutti sono convinti. Così scrive nel 1908 De Courtenay, allora professore di Linguistica all’Università di Pietroburgo: “L’Esperanto originale presenta nel suo insieme il marchio di un’insopprimibile individualità, che vanamente cercheremmo nel progetto Ido”. Dopo aver analizzato diversi punti oggetto di riforma con conclusioni favorevoli all’Esperanto originale, egli aggiunge: “Gli esperantisti devono essere considerati come un collettivo linguistico già esistente. Nessun comitato o commissione non esperantista ha il diritto di imporre loro mutamenti grammaticali o lessicali [...]. Dopo i volapükisti, proprio gli esperantisti hanno realizzato l’idea di una lingua internazionale su larga scala e le hanno dato corpo in forme durature e accettate da gran parte dell’umanità istruita”11. Antoine Meillet, allievo di De Saussure e caposcuola della glottologia francese del primo Novecento, nel capitolo sulle lingue artificiali del suo Les langues dans l’Europe nouvelle12, nel corso di un’argomentazione dedicata anche all’Ido, afferma: “La possibilità di istituire una lingua artificiale facile da imparare e il fatto che questa lingua è utilizzabile sono dimostrati dalla pratica. Ogni discussione teorica è vana: l’Esperanto ha funzionato”. In poco tempo, l’Ido si estingue, lasciando al solo Esperanto, dichiarato lingua chiara delle poste dalla Società delle Nazioni, la rappresentanza delle lingue pianificate effettivamente in uso13.

Nel 1924 nasce negli Stati Uniti la IALA (International Auxiliary Language Association) con lo scopo di studiare scientificamente il problema della lingua internazionale14. La IALA si scioglie nel 1953 e, per un certo periodo, suo direttore era stato André Martinet, che però non ha la paternità dell’Interlingua, il progetto della IALA mai veramente decollato. Lo stesso Martinet dichiarò all’UNESCO, il 16 dicembre 1986: “Anche se nel lessico porta l’impronta delle lingue europee, l’Esperanto è una lingua ben funzionante, di grande semplicità, e ha guadagnato il diritto di essere la lingua ausiliaria del mondo intero”.

Nel 1987, l’Esperanto festeggia i suoi primi cento anni: ancora non ha raggiunto l’obiettivo iniziale, né certi pregiudizi del pubblico sono stati pienamente superati, eppure la lingua concepita da Zamenhof può vantare diversi successi: al di là delle risoluzioni dell’UNESCO in suo favore (1954 e 1985), al di là della diffusione planetaria, della copiosa letteratura originale e tradotta o dei grandi congressi annuali, l’Esperanto può dire soprattutto di aver dimostrato la propria vitalità di lingua perfettamente naturale, usata da una diaspora in seno alla quale la lingua si evolve e modernizza senza però infrangere le regole del Fondamento.

La validità dell’Esperanto anche in tempi in cui il problema della comunicazione è solitamente considerato risolto grazie all’inglese (mentre invece rimane apertissimo, come si rileva in alcuni interventi qui pubblicati) è testimoniata dal fatto che esso è l’unica lingua pianificata sopravvissuta alla prova della vita. È stata così raggiunta una consapevolezza: la diffusione dell’Esperanto, più che da una riforma dello stesso, sconsigliata anche dal celebre filologo e romanziere John Ronald Reuel Tolkien, dipende dalla volontà dei governi di adottarlo: Umberto Eco ha dichiarato nel 1993 che “è necessario istituire una lingua veicolare come l’Esperanto” e ha criticato “l’inesistenza di una decisione politica” perché sia possibile l’applicazione di questa lingua15, aggiungendo anche che “se questa decisione politica non c’è stata finora, ed è apparsa difficilissima da sollecitare, questo non vuol dire che essa non possa essere presa in futuro”16. Sempre nel 1993, nel mese di settembre, il LI Congresso del PEN-Club Internazionale ha accolto fra i suoi membri l’Internacia Esperanto-PEN-Centro, riconoscendo le capacità di espressione letteraria della Lingua Internazionale.

1 Nel Numero Speciale 1989 della rivista l’esperanto, organo della Federazione Esperantista Italiana (FEI), è riportata la traduzione dal latino curata da Giordano Formizzi.

2 Cfr. Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma ; Bari : Laterza, 1993.

3 A. D. Dulichenko, Proekty vseobšchich i mechdunarodnych jazykov (Chronologicheskij indeks so II po XX vv.) in: Interlingvisticheskaja teorija i praktika mezhdunarodnogo vspomogatel’nogo jazyka, Tartu 1988 (Interlinguistica Tartuensis), pp. 126-162.

4 Fra questi il Basic English, proposto da Charles Ogden e sostenuto da Winston Churchill.

5 Recentemente ripubblicato a Vienna da Pro Esperanto.

6 S. N. Kuznecov, Teoreticheskie osnovy interlingvistiki, Moskva : Izd. Universiteta Dru¸by Narodov, 1987, pp. 3, 14.?

7 Cfr. il volume a cura di Reinhard Haupenthal Plansprachen: Beiträge zur Interlinguistik, Darmstadt : Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1976.

8 S. N. Kuznecov, op. cit., p. 109.

9 Il titolo originale era Mezhdunarodnyj Jazyk. Predislovie i polnyj uchebnik e, come specificato nel frontespizio: Por Rusoj. Il libretto fu pubblicato a Varsavia dalla Tipografia Kelter.

7 Cfr. il volume a cura di Reinhard Haupenthal Plansprachen: Beiträge zur Interlinguistik, Darmstadt : Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1976.

8 S. N. Kuznecov, op. cit., p. 109.

9 Il titolo originale era Mezhdunarodnyj Jazyk. Predislovie i polnyj uchebnik e, come specificato nel frontespizio: Por Rusoj. Il libretto fu pubblicato a Varsavia dalla Tipografia Kelter.

10 Otto Jespersen, Eine Internationale Sprache, Heidelberg : Winter, 1928.

11 Articolo su Pola Esperantisto di giugno 1908, riportato in Edmond Privat, Historio de la Lingvo Esperanto: La Movado 1900- 1927, Leipzig : Hirt & Sohn, 1927.

12 Paris: Payot, 1928, pp. 276-285.

13 La Società delle Nazioni discusse anche un ordine del giorno, presentato dai Paesi più piccoli e privi di imperi coloniali, che avrebbe dato all’Esperanto un riconoscimento di tutto rilievo. La discussione non produsse il risultato sperato a causa dell’opposizione della Francia che, per difendere una preminenza del francese oggi comunque del tutto tramontata, arrivò perfino a proibire l’insegnamento dell’Esperanto nelle proprie scuole (cfr. Privat, op. cit.).

14 Cfr. Detlev Blanke, Internationale Plansprachen, Berlin : Akademie-Verlag, 1985, pp. 167-183.

15 “l’esperanto”, numero 2/1993, p. 5.

16 Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta, Bari : Laterza, 1993, p. 359.

17 Claude Hagège, Storie e destini delle lingue d’Europa, Scandicci, La Nuova Italia, 1995, pp. 24-26 e La angla: peko kontraý Eýropo in “Monato” Internacia magazino sendependa, settembre 1994. Ci è giunta inoltre notizia di un’altra opera, intitolata Le souffle de la langue e pubblicata in Francia da Odile Jacob.

18 Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti, Aga Magéra Difúra. Dizionario delle lingue immaginarie, Bologna: Zanichelli, 1994.

19 Evgenij Alekseevich Bokarëv, Russko-esperantskij slovar’. Moskva : Sovetskaja Enciklopedija, 1966.

20 Alessandro Bausani, Le lingue inventate, Roma : Ubaldini, 1974; Historia panoramo de interlingvistiko kaj internaciaj valoroj de Esperanto, in “Esperantologiaj kajeroj”, Budapest, 1977.

21 Eugen Wüster (1898-1977) è stato il fondatore della scienza terminologica e inoltre ha posto le basi organizzative per un coordinamento internazionale d’alto livello delle attività terminologiche, con il centro di terminologia Infoterm (a Vienna). Ha avuto un ruolo fra i più eminenti sia nell’interlinguistica che nell’esperantologia. Ha introdotto i termini “esperantologia/esperantologo” e “lingua pianificata” (in tedesco Plansprache) ed è autore di molti studi su questo argomento. Il suo Enciklopedia Vortaro Esperanto-Germana (Dizionario enciclopedico Esperanto-tedesco), nel suo genere tuttora insuperato in quanto a precisione scientifica, annotazione lessicografica e ampiezza, è stato stampato solo da A a korno. La seconda parte solo manoscritta, finora inedita, è reperibile in forma di microfilm presso l’IEMW (il Museo Internazionale di Esperanto a Vienna). Se edito nella sua completezza il grande dizionario conterrebbe circa 80.000 voci con gli equivalenti tedeschi (fino alla metà degli anni 30). Wüster fondò la scienza terminologica sotto una forte influenza dell’Esperanto, ma si occupò anche di altre lingue pianificate, specialmente dell’Occidental-Interlingue e dell’Interlingua, che influenzarono la sua creazione di un codice terminologico come base per la formazione di termini specialistici introducibili nelle lingue etniche. I suoi scritti di interlinguistica e i suoi concetti in questo campo non sono stati ancora sufficientemente studiati e descritti. (Detlev Blanke)

22 Docente di interlinguistica a Berlino. Il suo lavoro più noto, in questo campo, è Internationale Plansprachen - Eine Einführung, Berlin : Akademie-Verlag, 1985.

23 Tesi di dottorato alla Sorbona: Liberté ou autorithé dans l’évolution de l’Espéranto, Pisa : Edistudio, 1981.

24 Ordinario di filologia semitica, presidente dell’indirizzo orientale del corso di laurea in lingue e letterature straniere e professore per affidamento di interlinguistica ed esperantologia nella facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Torino. Oltre a vari lavori di filologia semitica (da ultima un’edizione critica di Il ladrone ed il bambino, dramma liturgico cristiano orientale in siriaco e neo-aramaico), ha pubblicato vari studi di interlinguistica in Esperanto, quali Il sistema preposizionale in Esperanto in “Esperantologiaj Kajeroj”, Budapest: Università ELTE, 1976; La nominalizzazione in Esperanto: un tentativo di formalizzarla, in “Paderborner Arbeitspapiere”, 1978, pp.15-50; Il predicativo: teoria e didattica per i corsi di orientamento linguistico nella scuola elementare, ivi, 1980, pp.146-196; I tratti non indoeuropei della ‘‘Lingua Internazionale’’, ivi, 1981, pp.37-40.

25 Si vedano anche, nel volume di autori vari, a cura di Andrea Chiti-Batelli, La comunicazione internazionale tra politica e glottodidattica, Marzorati, Milano (ora Settimo Milanese), 1987, fra gli altri contributi, quelli dei linguisti Alessandro Bausani, Arrigo Castellani, Bruno Migliorini e Fabrizio Pennac-chietti.



In seguito alla riapertura del dibattito sull’Esperanto, avvenuta soprattutto in Italia con gli interventi di Eco, Luciano Canepari, Maria Luisa Altieri Biagi, Tullio De Mauro e Claude Hagège 17, nonché con la pubblicazione del libro Aga Magéra Difúra18, si è ritenuto opportuno pubblicare questo volumetto sull’Esperanto e i linguisti, un incontro più fecondo di quel che si sospetti e testimoniato dal lavoro di diversi linguisti esperantisti: René De Saussure, il caucasologo E. A. Bokarëv19, Bruno Migliorini, l’islamista Alessandro Bausani20, l’interlinguista Eugen Wüster21. Fra gli studiosi di oggi aderenti al movimento esperantista segnaliamo Detlev Blanke22, François Lo Jacomo23, Fabrizio Pennacchietti24 e John Wells, quest’ultimo titolare della cattedra di Fonetica presso lo University College di Londra e presidente dell’Associazione Esperantista Universale (UEA) dal 1990 al 199425.