A070 Le due dimensioni del problema delle lingue del mondo

Introduzione: "Lingua", "dialetto", "etnia", "nazione" e alcuni numeri

1.1 Definizioni
Prima di addentrarci nella nostra problematica, desidero proporre alcune definizioni di alcuni termini fondamen-tali, per non dovere continuamente chiarire cosa intendiamo con ciascun termine.

1.1.1 Idioma, lingua, dialetto
Dato che l'evoluzione di una lingua è influenzata non solo da fattori interni, cioè linguistici, ma in fortissima mi-sura anche da fattori esterni, cioè sociali e politici, la definizione di lingua è estremamente complicata. Un certo idioma - cioè un sistema di fonemi, morfemi, lessemi e sintagmi - è ancora un dialetto o già una lingua o anche è tornato ad essere un dialetto? Ma tale discussione non è il nostro odierno argomento. Chiamo "lingua" quel siste-ma le cui parti hanno fra di loro maggiori elementi in comune che differenze, in confronto con un sistema vicino o distante. Non ha alcuna importanza che tale sistema si esprima in una forma unificata o solamente in una fascia di dialetti. Chiamo "dialetto" quell'idioma che è solamente un sottosistema, anche quando fra gli estremi geografici del sistema non sussiste più una grande comprensibilità reciproca.

1.1.2 Comunità di lingua, etnia
Una comunità di lingua non è necessariamente un'etnia: più etnie possono usare una stessa lingua, ma non avviene mai che una singola etnia possegga più lingue. L'esempio più convincente è il mondo di lingua inglese: Britannici, Statunitensi e Canadesi di lingua inglese, Neozelandesi e Australiani, Sudafricani, abitanti del Lesotho ecc., parlano tutti la stessa lingua, ma costituiscono tante distinte etnie. Un'etnia è formata da quelle persone che hanno in comu-ne una tradizione, una cultura e una lingua materna.

1.1.3 Nazione
Per "nazione" s'intende l'insieme dei cittadini di uno Stato. Va distinta dal concetto di "appartenenza a un'etnia".

1.1.4 Minoranza
li termine "minoranza" esprime qualcosa di più rispetto al fatto di "essere in numero minore"; esprime l'idea che quel gruppo umano è trattato - o almeno lo era in tempi recenti - come se fosse inferiore, meno importante e, quindi, provvisto di minori diritti. Normalmente una minoranza è effettivamente meno numerosa nel quadro dell'in-tero Stato, ma viene trattata come di secondo o di terz'ordine persino là dove è in effetti maggioranza, cioè nella propria zona d'insediamento.

1.2 Alcuni numeri

1.2.1 Nel mondo
In questo nostro mondo vivono attualmente più di 5 miliardi di uomini, e si stima che vengano usate più di cinque-mila lingue. Fra queste solamente 59, con un minimo di 10 milioni di parlanti ciascuna, sono dette lingue materne o famigliari o abitualmente usate, con 4 miliardi di parlanti complessivamente. Solamente 24 lingue, con un minimo di 30 milioni di parlanti ciascuna, sono ufficiali e riguardano 5 miliardi di persone. Ciò significa, evidentemente, che, da un lato, in molti casi una stessa persona ha a che fare con più lingue ufficiali e che, d'altro lato, esiste tutto un insieme di lingue ufficiali che sono usate da meno di 30 milioni di persone ciascuna, per esempio le lingue scandi-nave, lo sloveno, l'albanese, il serbo-croato, il catalano, il guaraní, il quechua, il tagaloga, l'azero, l'amari, il nepale-se, il mongolo, il pashti ecc. ecc.

1.2.2 In Europa
In questo nostro continente - se più o meno arbitrariamente lo delimitiamo verso l'Asia con gli Urali, il Mar Ca-spio e il bassopiano di Manyc - sono parlate all'incirca 80 lingue indigene delle "famiglie" indoeropea, uralo-altaica e afro-asiatica, più la lingua basca, del tutto isolata. Nella Comunità Europea sono ufficiali, completamente o in parte, le seguenti 11 lingue: castigliano, catalano, danese, francese, gaelico irlandese, greco, inglese, italiano, neer-landese, portoghese e tedesco. Ma nei 12 Stati membri si parlano almeno altre 22 lingue, dall'albanese al turco, senza menzionare le lingue degli immigrati da altri continenti e dei loro figli.

2. La situazione delle minoranze etniche

2.0 Semplificazione
D'ora in poi non farò più distinzione tra comunità linguistica ed etnia, ma userò - per semplicità - solo quest'ulti-mo termine.

2.1 Diversi tipi
Abbiamo appena dato uno sguardo alla differenza interetnica che più salta all'occhio: il numero degli appartenen-ti. Un basso numero di componenti non deve limitare i diritti che in via di principio spettano a un'etnia e altrettanto dicasi per gli altri caratteri distintivi che menzioneremo appresso.

2. 1.1 Etnie divenute minoritarie
Nel corso della storia è accaduto molte volte che delle intere etnie o alcune loro tribù, seguendo capi spinti da desiderio di conquista o da spirito di missione, siano penetrati in territori di etnie vicine o persino oltre mare, le abbiano sottomesse e... da allora si considerino i legittimi padroni. Esempi tipici di una tale situazione che ha origine da una colonizzazione si presentano nelle due Americhe, in Australia, nel Nord della Scandinavia, nella Francia Me-ridionale, nella Nuova Caledonia, nel Nord dell'Olanda e della Germania, dove "indiani", indigeni "australiani", lapponi, occitanici, canachi e frisoni sono stati resi minoritari ad opera degli invasori.

2.1.2 Emigrati ed espulsi
Come si può spiegare l'esistenza di Croati nel Burgenland austriaco e nel Molise italiano, di Greci e Albanesi nell'Italia Meridionale e in Turchia, di Tedeschi nel Kazakistan e in Romania, di Molucchesi nei Paesi Bassi, di Ebrei e di Cinesi quasi in ogni parte della terra? Molto semplicemente: sono emigrati 2600 anni fa (i Greci), 500 anni fa (gli Albanesi) o 50 anni fa (alcuni Cinesi); sono emigrati per diverse motivi: perché attratti da condizioni economiche più favorevoli, perché minacciati da nuovi padroni. Spesso molto lontane dal loro luogo di origine, quelle frazioni di etnie hanno conservato fino ad oggi e verosimilmente conserveranno ancora a lungo la propria identità anche nella nuova patria. Non dimentichiamo alcuni casi un po' sorprendenti, come quello dei Bretoni. Anch'essi sono discendenti di gente fuggita o espulsa, che la pressione di invasori sassoni, angli e provenienti dallo Jutland cacciò via dalla principale delle isole britanniche, spingendola ad attraversare la Manica e a giungere nell'Armorica, l'odier-na Bretagna.
Di solito gli emigrati, i rifugiati, gli espulsi formano una minoranza nella nuova patria, ma esistono alneno tre importanti eccezioni. Dell'America e dell'Australia già abbiamo detto sopra; il terzo caso è il Sudafrica. Là emigrarono, più o meno contemporaneamente, olandesi e bantù, e gli indigeni della regione divennero "naturalmente" una minoranza. La specificità è tuttavia il fatto che la minoranza immigrata, cioè i bianchi, si considerarono e conti-nuano a considerarsi, pure molto "naturalmente", padroni dei neri.
Mi sembra che la maggior parte degli emigrati europei che giungono in un'America già bianca perdano ben presto un elemento essenziale della loro identità: la propria lingua. Bastano le danze popolari a tenere in vita una specificità culturale? Solamente una comunità etnica è riuscita a non farsi assimilare, nell'America del Nord, al mondo di lin-gua inglese: i Canadesi di lingua francese nel Quebec. Anzi là essi sono maggioranza, mentre nelle altre province canadesi i francofoni sono minoritari.

2.1.3 Gruppi etnici tagliati fuori
Sono avvenute nella storia numerosissime divisioni di territori e, di conseguenza, lacerazioni di etnie. Si pensi alla barbara azione degli Europei in moltissime regioni dell'Africa e ai confini tracciati con la riga fra gli attuali Stati. Uno degli esempi più attuali è rappresentato dai Curdi, che vivono divisi tra l'Iraq, l'Iran, la Siria, l'Unione Sovieti-ca e la Turchia. Né nel 1920 né nel 1991 le grandi potenze, specialmente la Gran Bretagna e gli USA, si sono interes-sati dell'unificazione di questi 15 o 20 milioni di Curdi. La Prussia, l'Austria e la Russia nel 1772, nel 1793 e nel 1795 fecero a pezzi la Polonia e, quando finalmente nel 1918 nacque uno Stato polacco, questo agì in modo non dissimile da coloro che prima se lo erano spartito: la Polonia si annetté territori dove molti degli abitanti erano Li-tuani, Bielorussi, Ucraini e Tedeschi.
Gli Sloveni vedono il loro territorio etnico diviso in tre parti: la repubblica di Slovenia, la zona della Carinzia meridionale in Austria e le province italiane di Gorizia e di Trieste.
Un po' diversa è la situazione degli Italiani in Svizzera, poiché i loro antenati aderirono più o meno volontaria-mente alla Confederazione Elvetica. Siano gli specialisti a studiare e a determinare se abbia senso parlare di una distinta etnia italo-svizzera.

2.1.4 Gruppi etnici sparsi
Per quanto riguarda l'identità etnica, la sua conservazione è massimamente difficile se i componenti di una etnia sono disseminati in mezzo a un'altra etnia, o a più etnie, in una vasta area. Casi di questo genere sono rappresentati spesso da rifugiati, per esempio Armeni o Vietnamiti o Curdi o Lettoni nell'Europa Occidentale e nell'America del Nord, lavoratori stranieri specialmente negli Stati industrializzati (Turchi, Greci, Jugoslavi, Italiani, Spagnoli, Por-toghesi, Marocchini, Algerini ecc. in Francia, Svizzera, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania e altri) e persone che hanno lasciato la loro patria per lavorare professionalmente in altri luoghi, sia nelle istituzioni internaziona-li, sia nelle imprese multinazionali e simili. I nostri Stati centralisti e chiaramente antietnisti, almeno storicamente, "hanno approfittato" della possibilità di trasferire funzionari statali di una certa etnia in una regione di un'altra etnia, in tal modo "dimostrando" la necessità di una lingua comune per tutto lo Stato, ovviamente quella dell'etnia egemone.
Un po' diverso è il caso dei "Rom" (ovvero, con un termine sconsigliabile, degli Zingari), i quali - almeno in alcuni paesi - sono ancora nomadi. Se, da un lato, essi godono della possibilità di restare in contatto fra loro anche oltre i confini degli Stati, d'altro lato, questa stessa libertà è di ostacolo alla stabilizzazione e alla modernizzazione della loro lingua e della loro cultura. La loro mobilità è in forte contrasto con le abitudini di vita delle etnie "ospitan-ti", che così sono portate facilmente ad attribuire ai Rom caratteristiche negative.
Una posizione particolare è occupata da un vastissimo e sempre crescente gruppo di persone, che però in nessun modo vogliono essere, o si sentono di essere, una minoranza: i turisti. Se si trattassero gli autoctoni nello stesso mo-do amichevole con cui di solito ci si comporta di fronte ai turisti, è probabile che non esisterebbero problemi etnici all'interno di un qualsiasi Stato. Mentre i Frisoni nella Germania del Nord ancora non dispongono di un programma per loro alla radio e alla televisione, viceversa nell'isola spagnola di Maiorca funziona una radio in lingua tedesca per milioni di turisti, per i quali c'è un interesse economico. Per i turisti ci sono pubblicazioni informative in diverse lingue e i camerieri si sforzano di dire le cose più necessarie nella lingua dell"`ospite", mentre magari negli stessi paesi lo Stato e una grandissima parte della popolazione - per esempio in Turchia e in Grecia - ha negato o nega tuttora l'esistenza di altre etnie nel suo territorio.

2.2 Aspetti giuridici
Certamente il diritto non è in grado di risolvere i problemi etnici essenziali, perché questi sono in primo luogo socio-psicologici, però regole giuridiche orientate in senso favorevole alle etnie rispecchiano il comportamento della maggioranza e favoriscono la convivenza.

2.2.1 I nomadi
I Lapponi (che però nella loro lingua si chiamano Sami) hanno il diritto di passare liberamente con le loro bestie dalla Norvegia attraverso la Svezia fino alla Finlandia (però non all'Unione Sovietica), e simili possibilità i turisti le possono avere a pagamento, mentre i Rom sono cacciati via da uno Stato all'altro, perché giunti senza i documenti necessari.

2.2.2 Accordi multilaterali e simili

2.2.2.1 Lavoratori stranieri
Trovare lavoro all'estero era piuttosto facile negli anni 60 e 70, perché c'era scarsità di forze di lavoro nei paesi altamente industrializzati. Dopo il 1992 a quanto si dice sarà anche più facile, per i privilegiati cittadini della CEE, lavorare in qualsiasi parte dei 12 Stati. La base di tutto questo è un trattato fra Stati.

2.2.2.2 Costituzioni e statuti autonomistici
Nelle costituzioni di molti Stati si trovano regole sull'autonomia di sottounità, la cui base può essere etnica, per esempio nell'Unione Sovietica, in Spagna, in Belgio, in Italia, in Jugoslavia, in India. Tuttavia dobbiamo essere pru-denti: non ogni sistema federale è di fatto basato sulle etnie, per esempio gli USA, il Messico, la Germania, l'Austria, il Brasile!
Spesso una tale autonomia etnica o regionale è dettagliatamente stabilita da speciali costituzioni delle sottounità o da statuti autonomistici. Se nello Stato in questione c'è un'autentica democrazia, tali costruzioni giuridiche forni-scono un ampio campo d'azione alle minoranze per il loro autogoverno. Uno sguardo alla carta d'Europa ci rivela che - fortunatamente! - si possono trovare numerosi casi in cui in misura elevata si è riusciti a risolvere il problema etnico.

2.2.2.2.1 Danesi e Tedeschi
A nord e a sud del confine tra la Danimarca e la Germania vivono rispettivamente 25.000 Tedeschi e 30.000 Danesi e sembra che essi siano soddisfatti della loro libertà culturale, con scuole nella propria lingua pagate dallo Stato "ospitante". In quella regione non esiste però un'autonomia territoriale o indicazioni toponomastiche bilingui. Lo spirito favorevole per le etnie è espresso da due elementi: in Danimarca abitualmente un seggio parlamentare è "ri-servato" a un deputato di lingua tedesca, mentre la costituzione del Land dello Schleswig-Holstein, Stato membro della Repubblica Federale Tedesca, esplicitamente annulla, per la minoranza danese, lo sbarramento elettorale del 5% per entrare nel parlamento del Land.

2.2.2.2.2 Alto Adige - Sudtirolo
È probabile che l'Austria, come protettore dei Sudtirolesi di lingua tedesca, presto dichiarerà alle Nazioni Unite che il "pacchetto" di accordi per un'ampia autonomia dell'Alto Adige (Sudtirolo) ha avuto il suo pieno adempimen-to. Già si sono levate voci - anche tra i Sudtirolesi di lingua tedesca! - contrarie a una regolamentazione eccessiva-mente rigorosa per un'assoluta proporzionalità fra cittadini di lingua italiana e cittadini di lingua tedesca in tutti i pubblici impieghi.

2.2.2.2.3 Paesi Baschi, Catalogna, Galizia La grande autonomia di queste regioni costituisce un passo, da salutare con favore, in direzione dell'allontana-mento dal centralismo e verso l'autogoverno di queste etnie di grande tradizione. Tuttavia è da menzionare che i Baschi, come pure i Catalani, restano divisi in tre, rispettivamente in quattro, parti, perché i Baschi vivono nella Comunità Autonoma Basca (formata dalle tre province storiche Alava, Biscaglia e Guipúzcoa), nella Comunità Au-tonoma di Navarra (a maggioranza di lingua castigliana) e nella regione basca francese, priva di alcuna autonomia; ugualmente i Catalani sono divisi tra le Comunità Autonome di Catalogna, Paese Valenziano e Baleari in Spagna, lo staterello di Andorra, non pienamente sovrano, il Rossiglione francese, assolutamente privo di autonomia e metà della città sarda di Alghero.

2.2.3 Documenti di diritto internazionale

2.2.3.1 Accordi internazionali
Dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale furono sottoscritti diversi accordi contenenti anche regole riguardanti l'uso di lingue minoritarie. Nel 1923, per esempio, il Trattato di pace definitivo tra i Turchi e i loro vincitori fissava, in più articoli, i diritti delle minoranze etniche e religiose in Turchia e in Grecia. Purtroppo bisogna constatare che sia la Grecia che la Turchia trattano molto avaramente le loro minoranze, quand'anche ne riconoscano l'esistenza. L'autono-mia dell'Alto Adige, già menzionata, si basa su un Accordo tra l'Austria e l'Italia del 1946. Nell'anno 1954 l'Italia e la Jugoslavia si accordarono per speciali statuti delle minoranze nel Territorio di Trieste. Il Trattato di Pace dell'Austria, del 1955, contiene regole in favore degli Sloveni e dei Croati nella Carinzia e nel Burgenland, ma tale problema tuttora disturba la tranquillità della regione.

2.2.3.1. Lega delle Nazioni / Nazioni Unite
Dopo la Prima Guerra Mondiale la Lega delle Nazioni, appena fondata, elaborò un bel sistema di protezione delle minoranze, ma, alla fine, si deve giudicare che esso non è riuscito a risolvere i maggiori problemi interetnici, né nella vasta Polonia, né in Cecoslovacchia (che pretendeva di diventare la "Svizzera della Mitteleuropa orientale", né in qualsiasi altro paese.
Come lo statuto della Lega delle Nazioni, così pure la Carta delle Nazioni Unite non contiene una regola specifica per la protezione delle minoranze nazionali, linguistiche, etniche, razziali e religiose, ma si limita a proibire la discriminazione. Su tale via prosegue la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, del 10 dicembre 1948. Eventualmente si può con-cludere, dagli articoli 1, 2 e 3 di tale Dichiarazione, che tutti gli esseri umani possono essere uguali in quanto a diritti, senza alcuna differenza, di razza, di religione o di origine nazionale, solamente se ogni individuo e ogni gruppo decidono del tutto liberamente anche sulla propria cultura e sulla propria sorte politica, senza un'indesiderata curatela da parte di un'unità più ampia. Sappiamo già fin troppo bene che il diritto all'autodeterminazione proclamato nella Carta delle Na-zioni Unite non è stato di alcun giovamento alle minoranze etniche. O ricordate un intervento serio, da parte di un qualche Stato appena un po' grande, in favore degli Ibo, quando questi proclamarono la loro secessione dalla Nigeria nel 1967?
II 16 dicembre 1966 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, il cui articolo 27 recita:
"In quegli Stati nei quali esistono minoranze etniche, religiose o linguistiche, le persone appartenenti a tali minoranze non possono essere private del diritto di fruire, in comune con gli altri componenti del loro gruppo, della propria cultura, di confessare e praticare la propria religione o di usare la propria lingua".
Precedentemente e successivamente ebbero luogo molti dibattiti su diversi termini, ma che cosa infine tale testo ha por-tato in favore dell'effettiva libertà etnica? Nulla di concreto!

2.2.3.3 Conferenza per la Sicurezza e la Collaborazione in Europa (CSCE)
Nel cosiddetto Terzo Paniere la conferenza raccomanda di rispettare la parità di diritti delle minoranze nazionali e di consentire loro di fruire effettivamente di tali diritti. La CSCE, proseguita a Vienna, il 17 gennaio 1989 promise quanto segue:
"Gli Stati partecipanti faranno più intensi sforzi per realizzare i passi fissati nell'Atto Finale di Helsinki e nel Documen-to Finale di Madrid riguardo alle minoranze nazionali [....].
Essi proteggeranno l'identità etnica, culturale, linguistica e religiosa delle minoranze nazionali nel loro territorio statale e creeranno le condizioni per sostenere tale identità".
Solamente due mesi più tardi il Parlamento Europeo respinse la proposta di creare una carta europea dei diritti delle comunità etniche!
Riassumendo: Le comunità etniche non godono in alcun modo di una protezione internazionale, se questa non è garan-tita da chi più frequentemente e più energicamente combatte l'emancipazione delle comunità etniche: il cosiddetto STATO NAZIONALE. 1 "nostri" statisti acconsentono a cedere qualcosa solamente nella misura che appare non pericolosa per il proseguimento del loro dominio.

2.3 Cosa chiedono le minoranze etniche?
Le finalità, i desideri, le richieste delle più diverse organizzazioni delle minoranze etniche - siano associazioni private oppure partiti politici - si possono esprimere in maniera abbastanza concisa, facile e chiara: esse vogliono che non solo ciascun individuo goda di pari diritti, ma che anche le comunità etniche come tali siano libere da qualsivoglia discrimina-zione e possano decidere della propria vita.
Se la completa emancipazione di un'etnia condurrà a uno Stato indipendente dal punto di vista del diritto internazionale oppure solamente a una sottounità autonoma di vino Stato di altra etnia, questo non è l'aspetto più importante.
Del resto anche Stati sovrani in moltissimi casi si dibattono contro l'egemonismo politico, economico e culturale o lin-guistico dei giganti: che ruolo può giocare a livello internazionale l'Olanda o il Messico, la Danimarca o l'Indonesia, la Bulgaria o la Nuova Zelanda? Specialmente gli USA, la Gran Bretagna, l'Unione Sovietica, la Francia, e alcuni altri Stati aventi mire espansive, discriminano decine di altri Stati e culture dettando loro quale Stato debbano considerare nemico, quali merci sia meglio non comperare, e quali siano invece quelle assolutamente necessarie, quali vestiti, pantaloni, camicie e soprabiti siano da preferire e quale "musica'.' da applaudire e, alla fine, che, tanto in occidente che in oriente, si debba giudicare la lingua inglese come semplicemente indispensabile per i rapporti internazionali.3. Due movimenti - una sola lotta: minoritari ed esperantisti 3.1. Parallelismi
Quante grandi somiglianze si possono vedere fra alcune minoranze - certamente non tutte - e il mondo degli esperan-tisti! Ciò non dovrebbe sorprenderci, perché i due "sottomondi" sono ambedue marginali, socialmente periferici nel grande mondo, e i due movimenti dirigono le loro attività verso uno stesso oggetto: l'inerzia delle persone che consento-no circa I— impossibilità" di modificare o addirittura rovesciare i tradizionali rapporti di potere.

3.1.1 `Fiorellini matematici"
Nessuno è in grado di dire in maniera attendibile quante persone parlano la lingua occitanica o la soraba o il piemon-tese, il quechua, il nahuatl, il karen o... l'esperanto. Probabilmente gli "11 milioni di occitani" sono altrettanto di fantasia come - purtroppo - i "16 (o anche solo 8) milioni di esperantisti". Perché gli interessati stessi spesso citano tali numeri? 15 anni fa uno spiritoso Sloveno di Trieste, presentando una mappa sulle minoranze etniche che mostrava territori evidentemente troppo vasti, ne dava un'azzeccata spiegazione: "Gli altri menzionano sempre, a nostro riguar-do, numeri estremamente bassi; dunque non è poi tanto male se noi esageriamo in senso inverso".

3.1.2 Valore di principio e applicazione pratica della lingua
In moltissimi casi, quando la lingua di una minoranza etnica non è in qualche modo ufficiale, essa resta o ridiventa incompleta, perché la comunità non sente l'urgente necessità di una grande quantità di termini mancanti per esprimere nozioni nate durante I-epoca moderna" in quei campi nei quali la lingua minoritaria non è usata o non era usata. Il Plattdeutsch, il dialetto parlato nella Germania settentrionale, era 600 anni fa lingua ufficiale della famosa lega com-merciale Hansa e ora è difficilmente usabile per parlare delle attualità quotidiane della vita pubblica! Quanto hanno dovuto inventare i giornalisti baschi scrivendo articoli su un qualsiasi avvenimento politico: la lingua basca era in primo luogo una lingua di pescatori, di contadini, di religiosi, con poca letteratura secolare. E come un esperantista chiama i cento oggetti usati in una cucina o le azioni, le macchine e le differenze merceologiche molto specifiche, nell'agricoltu-ra, nell'industria e nel commercio?
Queste limitazioni tuttavia, del tutto giustamente, non fanno vacillare la nostra convinzione sulle capacità della no-stra lingua. Mentre una qualsiasi lingua etnica, nostra fin dalla nascita, significa per noi una certa radice, un legame intimo, anche se inconsapevole con i nostri antenati e - il che è più importante - con gli attuali componenti della nostra comunità, la Lingua Internazionale ci spalanca una prospettiva mondiale e ci lega - spesso pure inconsapevolmente - a esseri umani assolutamente non avvicinabili per mezzo della nostra lingua etnica.

3.1.3 Società e psiche
Il comportamento delle minoranze e quello degli esperantisti a volte è urtante, perché in questo o quel caso non è adeguato alla situazione: è esagerato, egoistico, irrealistico. Tutti e due i gruppi spesso concentrano estremamente i propri pensieri su sé stessi, perdendo così la necessaria misura, il senso delle proporzioni. Se una qualche etnia si occupa esclusivamente di sé stessa, se gli esperantisti stanno sempre a cuocere la loro minestra verde, allora i due i gruppi non stanno più coi piedi piantati nella vita reale.
Tuttavia, un tale comportamento si può capire, perché è dettato da un certo complesso d'inferiorità, che deve essere compensato da una superattività al fine di dimostrare che la cultura minoritaria, o rispettivamente quella espressa nella Lingua Internazionale, è altrettanto "perfetta" e ha lo stesso valore delle grandi culture "nazionali". Purtroppo una tale ristrettezza di orizzonti - per esempio il neutralismo che talvolta prevale nel movimento esperantista - allontana da noi molte persone serie e di valore.

4. In conclusione: che fare?
Se i difensori delle minoranze etniche e i difensori della Lingua Internazionale cominciano a riconoscere che la loro battaglia si rivolge contro un nemico comune, cioè contro la "dittatura della casualità storica" incarnata nel cosiddetto Stato nazionale, che tende all'egemonia, alla potenza, allora non possono non riconoscere che essi si completano a vicenda. La conclusione deve essere:
COLLABORIAMO PIÙ STRETTAMENTE!
Una collaborazione è possibile in un numero inimmaginabilmente elevato di forme, di gradi, di luoghi: dalla presa di conoscenza reciproca (partecipazione alle attività degli altri), attraverso lo scambio e la diffusione di informazioni e di comuni attività culturali, fino a una comune politica di pressione ai livelli regionale, statale e internazionale.
Gli esperantisti devono assolutamente riconoscere la "cecità" che finora hanno in larga misura avuto nei confronti dell'altra dimensione del problema mondiale delle lingue: un esperantista è pronto a difendere l'autonomia della lingua olandese, o dello hindi o dello svedese, contro l'invadenza dell'inglese, ma ancora troppi esperantisti per ignavia accet-tano lo pseudoargomento che le richieste dei Gallesi, le proteste degli Esquimesi in Canada, i problemi macedoni, sono "naturalmente" faccende interne dell'uno o dell'altro Stato, seconde la massima di "non ficcare il naso negli affari altrui".
Gli adepti della lingua internazionale esaminino sé stessi: non hanno essi, da bambini, un po' appreso la lingua locale della propria regione? Possiedono un'identità a un livello diverso, oltre a quelli statale e mondiale? Non potrebbero tuffarsi un po' nella lingua di quella minoranza nel cui territorio o nelle cui vicinanze vivono, anche se non appartengo-no affatto a quella etnia?
E i militanti dei movimenti per le minoranze etniche dovrebbero ben comprendere, sulla base delle proprie espe-rienze, che la Lingua Internazionale è una lingua normalmente vivente, almeno allo stesso modo che la maggior par-te delle lingue minoritarie. Inoltre, i minoritari dovranno tuffarsi un po' nella Lingua Internazionale stessa, e consta-teranno come potranno comunicare più direttamente con militanti per gli stessi fini di decine di altre minoranze lin-guistiche.
Collaborazione significa aprirsi alla base ai problemi e alle idee del partner e sostenerne le iniziative secondo le proprie possibilità.
Infine oso presentarvi un modestissimo modello di tali comportamenti e di tale azione. Nel 1978 fu fondato a Barcellona. la capitale delle terre catalane, il Comitato Internazionale per le Libertà Etniche (Internacia Komitato por Etnaj Liberecoj, IKEL), il quale, tramite qualsiasi lingua, raccoglie notizie sulla situazione delle etnie in tutto il mondo e diffonde tali notizie, mediante la Lingua Internazionale, con la sua piccola rivista ETNISMO. Inoltre, I'IKEL interviene con risoluzioni e corrispondenze presso le autorità statali richiamando l'attenzione su ciò che non va nel campo delle relazioni interetniche e chiedendo soluzioni dei problemi in senso favorevole alle etnie. L'IKEL non è esperantista in senso tradizionale; è esplicitamente politica e, quindi, non si occupa dell'esperanto e della sua situazione in questo o quel Paese o città o villaggio. L'IKEL cerca di dare notizie riguardanti i mosquitos, gli inuit (eschimesi), i gallegos, i curdi, gli ainu, i gallesi, 'i maori, gli zulu, i xhosa, gli oromo e decine di altre comunità etni-che attraverso il vasto mondo.
Se I'IKEL è nato a Barcellona, forse Torino, la capitale del Piemonte, sarà il luogo dove avrà inizio una nuova tappa?
Uwe Joachim MORITZ Traduzione dall'esperanto di U. Broccatelli

Indicazioni bibliografiche
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Singole regioni o Stati
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Paese Basco
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Italia
Diversi AA], /diritti delle minoranze etnico-linguistiche -Atti dell'Vlll Convegno di studi, Gorizia 25-26-2, settem-bre 1972, Cisalpino Goliardica, Milano, 1974, 146 p.
[Diversi AA], Le lingue tagliate - L'Esperanto e le lingue delle minoranze etniche, ("l'esperanto", n. 8/9, agosto-settembre 1987), Federazione Esperantista Italiana, Milano, 1987, 31 p.
Paesi celtici
Jakez GAUCHER, Hisloire chronologique des pavs celliques, Association Keitica International, Guérande/Gwen-rann, 1990, 396 p.
Unione Sovietica
Rudolf A. MARK, Die Vólker der Sot jetunion - ein Lexikon, Westdeutscher Verlag, Opladen, 1989. 220 p.
e inoltre potrete trovare di tanto in tanto qualcosa in
ETNISMO- Informilo pri elnaj problenroj, rivista d'informazione, in esperanto, sui problemi etnici, che esce, teori-camente, tre volte all'anno e che è in pratica l'organo dell'IKEL (Comitato Internazionale per le Libertà Etniche).

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