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La Cultura contro la ghettizzazione dell'italiano. Consapevolezza contro la faciloneria

Scritto da Massimo Ripani. Archiviato in Notizie

Claude Piron, psicologo svizzero esperto di comunicazione internazionale, ha sempre sottolineato la tendenza “a minimizzare i problemi di lingua” da parte di intellettuali, politici, linguisti, giornalisti ed altre persone impegnate nella società. Un atteggiamento che possiamo riscontrare spesso, ma che forse potrebbe cambiare nel segno di una maggiore consapevolezza della persona nei confronti della propria lingua e cultura. Infatti, di fronte a scelte come quella del Politecnico Leonardo da Vinci di Milano di abolire le lauree magistrali in italiano a favore di quelle in inglese a partire dal 2014, non si può rimanere immobili.

“E’ un atto di autolesionismo ridicolo”: ha spiegato Erri De Luca, ai microfoni di Democrazia Linguistica su Radio Radicale. “Ci ghettizziamo da soli, rinunciamo alla nostra lingua. Spero che sia solo un caso ridicolo e isolato”, ha aggiunto lo scrittore, intervistato dal segretario dell'Associazione radicale “Esperanto” Giorgio Pagano, spiegando che “noi italiani per provincialismo militante siamo pronti a qualunque tipo di sudditanza e limitazione”. Parole sante.

L’intervista integrale è andata in onda durante la puntata di Democrazia linguistica di domenica 31 marzo su Radio Radicale, alle 00.30. Ieri domenica 7 aprile, gli ha fatto eco dal TG2 Tullio Gregory, filosofo e direttore del Dipartimento di Ricerche storico-filosofiche e pedagogiche dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. L'accademico ha spiegato che  “c’è uno strano strabismo da parte della classe politica da molti decenni”. Da una parte l'incapacità sopratutto da parte del Ministro della Pubblica Istruzione, di introdurre nelle scuole medie sistemi efficaci di insegnamento delle lingue straniere. Dall'altra “è il problema dell’insegnare in inglese all’Università, che vuol dire ghettizzare la nostra lingua, vuol dire atrofizzarla” , perchè questo equivale a un “arretramento ed un disconoscimento - conclude Gregory - della lingua come espressione di una civiltà e di una cultura” .