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Passata è la tempesta

Ci siamo ritrovati, ci siamo contati dopo la grande tempesta della guerra: qualcuno n’è stato travolto e sommerso, qualche altro n’è stato staccato, deluso e scoraggiato forse dal fatto che le idee nobili, progredendo lentamente, avversate, perseguitate, non hanno la forza delle idee deteriori, la forza violenta, inarrestabile che ha generato le guerre. I più sono rimasti: molti compagni nuovi al nostro cammino si sono aggiunti; ma il cammino è ancora lento.

A nostro parere, la posizione dell’Esperanto è diversa, ora che la tempesta è passata. Prima, se si parlava dell’Esperanto, si trovava ambiente ostile, irridente, o, almeno, sospettoso. Le obiezioni principali - come le conosciamo, noi esperantisti! - erano: «una lingua artificiale non potrà mai rimpiazzare le lingue naturali»… «non potrà mai funzionare, perché la lingua è un fatto etico, qualche cosa di troppo intimo per essere artificiale»… «non potrà mai avere una letteratura»… «è ridicola »... «tende a cancellare il Sacro Senso di Patria»... «è sovversiva e dinamitarda, e nasconde finalità tenebrose»... «e perché non è riuscito il Volapück?»… «basta il francese!».

E conosciamo anche le risposte: l’atteggiamento di qualche iperconservatore le richiede ancora, del resto. «L’Esperanto non tende a rimpiazzare le lingue naturali, ma ad affiancarle nei rapporti internazionali»… «le lingue non hanno valore trascendente, sono un prodotto meccanico dell’evolversi delle razze; la ricerca di una lingua ausiliaria ha origini antichissime (e qui si cita Galeno, Panini e il sanscrito, e poi giù giù Leibnitz e Descartes, e i linguisti moderni, Brunetière de Saussure, Couturat, Peano, Bartoli…». A proposito: a questo punto si può chiedere al sostenitore del “fatto etico” se nega le facoltà di pensare ad un sordomuto, e in che lingua pensi un sordomuto non ancora educato; il pensiero non è, quindi, legato al linguaggio, che ne è il solo rivestimento, il mezzo, il veicolo di esteriorizzazione. In quanto alla letteratura esperantista, più vitale anche dopo la guerra, la nostra risposta è cambiata, da allora: allora si parlava di seimila pubblicazioni in lingua Esperanto, ora di decine di migliaia; allora non si citavano, ed ora sì, Case editrici di opere esclusivamente in Esperanto, agenzie internazionali d’informazione che si intitolano e si servono unicamente di questa lingua, convegni di studiosi in cui questa è la lingua ufficiale.

La guerra ha fatto giustizia delle altre obiezioni successivamente citate. Gli spostamenti di gruppi tecnici e di singoli, sbattuti qua e là dalle vicende, hanno fatto anche troppo desiderare un mezzo d’intendersi meno ridicolo e meno rudimentale dei gesti e delle storpiature di linguaggi; e il Sacro Senso di Patria, chi l’ha perduto, chi l’ha ampliato in un più fraterno e più alto concetto umano, chi, pur nell’evolversi del pensiero, ha capito che l’amore per la propria, terra e la propria gente è cosa troppo profonda e troppo sua per temere offesa dall’uso di una lingua ausiliaria, alla quale potevano attribuire finalità tenebrose quelli che, come s’è poi visto, le avevano loro. Del Volapück è rimasto, sì e no, il nome; e i linguisti ne spiegano il rapido fallimento con l’autocratica invenzione del vocabolario da parte dell’autore, che non ne permise l’evoluzione, e lo indicano come anello di congiunzione tra i sistemi linguistici a priori e il principio delle lingue a posteriori, che ha poi trionfato nell’Esperanto. E il francese ha perduto la sua supremazia: oggi, le lingue ammesse in ogni congresso internazionale sono quattro o cinque, coi risultati di comprensibilità che si indovinano.

Come si diceva, l’Esperantismo è oggi visto diversamente dal pubblico. Oggi, per lo più, ci sentiamo dire: «Sarebbe una gran bella cosa se tutti lo parlassero!», e rispondiamo: «quindi occorre che tutti lo studino: incomincia anche tu!». Ma ci sentiamo opporre: «A che cosa mi servirà, adesso?». Tutti lo studierebbero, «se tutti lo parlassero»: sembra un circolo vizioso; e non lo è. Secondo noi, la situazione del nostro movimento attraversa una crisi provocata dal suo stesso sviluppo. Prima era il periodo dei pionieri, degli entusiasti, dei fanatici; diciamolo pure, che chiedevano all’Esperanto il sogno, la promessa, di un’umanità migliore: si veniva all’Esperantismo per il suo contenuto, vago ma sublime, di amore fraterno, di non determinato socialismo, di non politico ma umano internazionalismo, vorremmo dire di «cristianesimo». Oggi, la sua diffusione crescente lo sta trasportando dal piano idealistico sul terreno realistico: e si chiede all’Esperanto, dai neofiti, «che serva a qualche cosa, e subito». I pionieri vengono gradualmente sostituiti dagli utenti. E, se questa è evidentemente una vittoria, è però una causa, forse la causa, del ritardo dell’affermazione finale.

I nuovi esperantisti non si curano di diffondere la lingua: la usano, perché, a molto e a molti, serve già. Si fanno sempre più rari i nuovi entusiasti, che mettono tempo, energia, intelletto e denaro a servizio dell’Esperanto; i vecchi, si sa, invecchiano; qualcuno scompare dal mondo. È finita l’epoca dei pionieri. È l’epoca delle realizzazioni pratiche.

A queste bisogna tendere, queste sforzarsi di attuare, per attrarre i nuovi esperantisti, gli utenti. Ma, nella massa dei nuovi accorrenti, occorre pur sempre cercare e trovare gli idealisti, che esisteranno ancora, e chieder loro di sostituire i vecchi pionieri, e trasmettere loro il nostro antico entusiasmo.

La crisi verrà superata: non abbiamo forse validamente superato una tempesta ben più terribile?

 
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