Ma in fondo il russo è diventato la lingua veicolare di mezza Europa...

Vorrei aggiungere un breve intervento all'interessante dibattito tra Matteo Cazzulani e Dino Cofrancesco circa la questione delle minoranze russe nei Paesi baltici. Cercherò anche di essere il più concreto possibile, senza scomodare le dottrine politiche, i sacri principi e la filosofia.

Innanzitutto si deve notare che i russi (o, ancor meglio, gli slavi) nell'area baltica, sono sì minoranza, ma corposa assai. In Estonia circa il 15% della popolazione, in Lettonia circa il 33%, in Lituania circa il 12%. Ripeto che sto parlando di slavi in genere, e non di cittadini di chiara origine russa. I tre stati sono molto piccoli, con una popolazione a volte inferiore a quella di una media regione italiana. Ne consegue che minoranze di quelle dimensioni rappresentano comunque entità significative da ogni punto di vista.

Tutti sappiamo che, tranne rare eccezioni, la loro presenza è dovuta alla russificazione forzata degli stati annessi dall'Unione Sovietica, senza ovviamente chiedere il consenso preventivo degli abitanti autoctoni. Stalin fu il principale artefice dell'operazione. Il dittatore georgiano era sempre particolarmente attento alle questioni linguistiche, tanto da scrivere persino un libro, Il marxismo e la linguistica, venduto in milioni di copie sia nell'URSS sia all'estero. In Italia fu tradotto e pubblicato per i tipi di Feltrinelli, e io ho ancora nella mia biblioteca personale l'edizione del 1968.

Leggi l'articolo di Michele Marsonet - legnostorto.com

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