Un poeta, quando libera nell'aria la farfalla creata dalla sua ispirazione, non sa dove si andra' a posare.
Era il 1847 quando Goffredo Mameli scrisse il suo "Canto degli Italiani" e il maestro Michele Novaro - conquistato da quei versi ascoltati in casa di un patriota - "si mise al cembalo" e lo musicò.
L'inno era quindi pronto gia' nel 1847, ma quella farfalla - con le sue nuove ali date dal pentagramma - dovette ancora volare a lungo: dopo essersi posata su tutti i cuori di chi voleva l'Italia unita, riusci' solo cento anni dopo a diventare uno dei simboli del nuovo ordinamento repubblicano dello Stato italiano proclamato unito nel 1861.
Non si può negare che fino a qualche anno fa il testo di Mameli non era così conosciuto come lo e' oggi. Gli italiani non riuscivano a cantarlo, perché i versi non li sapevano a memoria o perché, pur conoscendoli, non li capivano.
Ma oggi sappiamo quale spirito animo' il ventenne Goffredo a scrivere quei versi; oggi sappiamo che cosa quelle parole significano.

Nel 1887, 40 anni dopo la stesura dell'allora "Canto degli italiani", in un altro paese anch'esso "umiliato, deriso e diviso" un idealista come Mameli pose su carta il suo pensiero. Si trattava di Ludovico Zamenhof che, mosso dagli stessi ideali di unita' di popoli, anche se in una scala di valori di unità molto piu' vasta, addirittura mondiale, diede vita all'esperanto, la lingua internazionale, con l'intento di unire i diversi popoli divisi con la proposta di un mezzo di comunicazione semplice e neutrale.
Non c'era l'esperanto nel 1847 a suggerire a Mameli la possibilita' di comunicare in maniera piu' diffusa il suo pensiero. Ma oggi l'esperanto c'è. E nel 150° dell'unità d'Italia, allo scopo di dimostrare che gli ideali di Mameli di fratellanza e unione ben si accordano con quelli degli esperantisti, è stata realizzata la traduzione in esperanto dell'Inno d'Italia.

Non esistono molte versioni in altre lingue del nostro inno nazionale. Forse a Mameli farebbe piacere sapere che adesso dall'Egitto alla Bolivia, dall'Iraq al Nepal, c'è qualcuno che può capire cosa cantano gli italiani quando festeggiano una ricorrenza nazionale oppure quando gioiscono per l'ultima partita vinta dalla nazionale di calcio. Forse a Mameli farebbe piacere ascoltare il suo "Fratelli d'Italia" in esperanto cantato da altri popoli. Ma al di là di questo, può solo far piacere che ci sia anche il contributo degli esperantisti per la diffusione di quegli ideali di fratellanza e unità, che furono alla base della nascita dell'Italia unita.

Italaj gefratoj

Italaj gefratoj, vekiĝis la lando. La kasko de Skipjo atestas pri grando. Sin klinu la Venko al tiu ĉi domo, ĉar sklava de Romo ŝin kreis la Di'. Ni vicu kohorte. Ni pretas ĝismorte, la land' vokis nin.

Nin oni jarcente subpremis, detruis, ĉar ni ne popolis, ĉar ni ne unuis. Kunigu nin flago, la flag' unuiga, espero kunliga. Jam venis la hor'. Ni vicu kohorte.  Ni pretas ĝismorte,  la land' vokis nin.

Ni kunu, ni amu, kuneco kaj amo indikas la vojon de dia la flamo. Ni portos liberon al nia nacio. Se kunaj, je Dio, ni venkos sen pli'. Ni vicu kohorte. Ni pretas ĝismorte, la land' vokis nin.

Tra tuta la lando nun estas Lenjano, kaj ĉiu de Feruĉo nun havas la manon, kaj eĉ al infanoj ne mankas impeto. El ĉiu trumpeto sonoras ribel'- Ni vicu kohorte. Ni pretas ĝismorte, la land' vokis nin.

La glavoj venditaj similas al fumo. La aglo aŭstruja jam restis sen plumo. Ĝin nutris la sango itala kaj pola, sed sango popola ekbrulas ĉe l' kor'. Ni vicu kohorte. Ni pretas ĝismorte,  la land' vokis nin.