Claude Piron Traduzione di Michele Bondesan
L’EUROPEO TRILINGUE : UNA SPERANZA REALISTICA ?

In tutta Europa molte voci si innalzano in favore di un trilinguismo generalizzato. Bisogna, ci dicono, che l’insegnamento delle lingue miri a fare di ogni giovane Europeo un cittadino trilingue. Ma che cosa vuol dire “trilingue”? Si tratta di possedere a fondo altre due lingue oltre alla propria lingua madre? Il linguista Claude Hagège definisce questo livello nel modo seguente: “Per me, conoscere perfettamente una lingua significa essere capace di cogliere dei giochi di parole infilati su un tono molto veloce da parte di parlanti madrelingua, e parlarla senza essere identificato come uno straniero” e conclude dicendo: “Il numero di veri bilingui […] è piuttosto ridotto.” Di fatto, questo livello di bilinguismo implica delle circostanze eccezionali, come due genitori di lingua diversa o una scolarità fatta in una lingua diversa da quella della famiglia. Semplici soggiorni linguistici non bastano. Personalmente, ho vissuto cinque anni negli Stati Uniti, lavoro molto in inglese, ho persino insegnato alla San Francisco State University, ma non passerò mai per un anglofobo, e se vado a vedere una commedia musicale americana,sono lontano dal coglierne tutte le finezze.


Un complesso groviglio di programmi

Una lingua è un complesso groviglio di programmi, nel senso informatico, il cui svolgimento è costantemente inibito da centinaia di migliaia di programmi secondari o terziari che interferiscono con i primi. Noi non ce ne rendiamo conto, perché l’acquisizione della nostra lingua madre è avvenuta inconsciamente, a un’età in cui niente ci permetteva di sospettare l’ampiezza del lavoro che effettuavano i nostri neuroni.. Per esprimersi correttamente, bisogna bloccare senza sosta le vie neuropsicologiche naturali. Per esempio, se si vuole rendere con un aggettivo l’idea “che non si può risolvere”, lo spontaneo gioco del cervello conduce a “irrésolvable”. Ma bisogna sbarrare questa via e installare la deviazione che porta a “insoluble”Un altro esempio: avete sentito stamani la signora Cristina del Moral citare a più riprese il numero di parlanti questa o quella lingua. Il suo francese era straordinario ma su questo punto preciso la tendenza naturale l’ha spuntata sulla sua conoscenza della nostra lingua: “parleur” è la forma cui conducono direttamente i meccanismi cerebrali per esprimere l’idea ,che il linguaggio corretto esprime con la parola “locuteur”. E allorché lo straniero che impara il francese ha integrato”en hiver”( in inverno), “j’y pense”(ci penso) e “biologiste”(biologo), deve inibire “ en printemps” (in primavera-che si dice au printemps), “je lui pense”(penso a lui- che si dice je pense à lui e “psychologiste” (psicologo-che si dice psychologue) Il flusso nervoso non può seguire il suo movimento naturale, che lo porta a esprimere concetti paralleli con forme parallele.

La nostra tendenza naturale consiste nel generalizzare ogni tratto linguistico. Se tutti i bambini dicono “più buono” prima di dire “migliore”, è perché generalizzano la struttura di più bello, più forte, più piccolo, ecc. L’apprendimento di una lingua consiste nel decondizionarsi dai riflessi della propria lingua madre, nel reintrodurre nel cervello una serie di riflessi diversi, nel bloccare poi una percentuale molto elevata di questi riflessi per portare ad una forma corretta che va contro la tendenza spontanea alla generalizzazione. L’inglese che studia il francese deve imparare che non può dire, come nella sua lingua, “je chante/vous chante”.Deve inserire il riflesso che fa dire “vous chantez” Ma una volta messo a posto questo riflesso, deve introdurre per certi verbi, un riflesso che lo blocchi. Mettere un senso vietato davanti a “ vous faisez” e “vous disez” e una deviazione che porta a “vous faites” e “vous dites”. Soltanto che, una volta installata questa deviazione, bisogna ricominciare il lavoro con “ prédire”. È stato indirizzato su una strada che porta a “ vous prédites”. Errore, si dice “vous prédisez”. Lo vedete: imparare una lingua europea significa sovrapporre più strati di riflessi gli uni sugli altri. Dico riflesso perché non basta aver capito e memorizzato. Se dovete riflettere, percorrere tutte le schede e tutti gli archivi classificati nella vostra memoria per trovare la forma corretta, non parlate fluentemente. È il mio dilemma quando devo parlare russo. Benché abbia alle spalle migliaia di ore di pratica di russo, ho la scelta tra parlare correttamente, ma lentamente, con un ritmo frammentario, spezzato, penoso, con un enorme sforzo nervoso, o parlare fluentemente ma facendo ridere tutti, tanto i miei errori possono essere buffi.


Un minimo di 10.000 ore

Servono almeno 10.000 ore di studio e di pratica per fissare le centinaia di migliaia di riflessi necessari, il cui numero non si può ridurre. Ora, l’insegnamento della prima lingua straniera comprende in totale tra 800 e 1200 ore di lezione secondo il paese. Non è dunque sorprendente che tra i diplomati solo uno su cento sia capace di esprimersi correttamente nella prima lingua straniera imparata. Da 800 a 1200 ore è il decimo di quanto servirebbe. Se si vuole che gli alunni padroneggino due lingue straniere bisogna moltiplicare per venti il numero attuale di ore di lezione.

È in questo senso che ha optato il Lussemburgo dove, alla scuola elementare, su 27 lezioni settimanali, 12 sono consacrate a due lingue straniere, il tedesco e il francese: ossia 3000 ore per i sei anni di elementari. Siccome lo studio delle lingue prosegue al livello secondario, il Lussemburgo dispone effettivamente di una popolazione trilingue, ma i Lussemburghesi sono meno bravi dei coetanei in matematica, in scienze e in varie altre materie importanti. Inoltre, se i giovani non perdono queste lingue quando entrano nella vita attiva, è a causa dell’eccezionale situazione geografica del Granducato, dove i contatti con persone di lingua francese e tedesca sono quotidiani.

In paesi come la Spagna, la Finlandia o la Francia si dimenticherebbe presto ogni cosa perché i riflessi condizionati si mantengono solo se sono rinforzati regolarmente. Lo constatate se restate qualche anno senza parlare una lingua: le parole che non si trovano, gli errori che fate appaiono laddove manca un legame condizionale tra concetti affini o tra un riflesso inibitore e una deviazione.


Trilinguismo o promozione mascherata dell’inglese?

Se si vuole una popolazione trilingue, a quale livello si mirerà? Un livello di padronanza nelle tre lingue è impossibile con il semplice insegnamento scolastico e non si arriverà a poter finanziare soggiorni linguistici di lunga durata per tutta la popolazione. Anche l’insegnamento di alcune materie nella lingua straniera non porta al livello desiderato. In Svizzera esistono dei licei che insegnano quattro materie in lingua straniera per tre anni. Il livello degli alunni nella lingua in questione è certamente ben superiore a quello che dà l’insegnamento tradizionale, ma è comunque ancora lontano dalla padronanza. Se ci si limita alle lingue europee, l’unica soluzione realista sarebbe un trilinguismo comportante una buona conoscenza della lingua madre, una conoscenza imperfetta ma relativamente operazionale di una seconda lingua e un’iniziazione a una terza lingua che permetta, non proprio di usarla, ma di averne una certa idea, il che, culturalmente parlando, si giustifica, giacché più modi diversi di esprimere le stesse idee si trovano, più la mente si sviluppa.


Purtroppo questo sistema comporta dei gravi inconvenienti. Favorirebbe un’ineguaglianza in favore dei paesi anglofobi. In effetti si può comunicare da un paese all’altro solo se una delle lingue insegnate è la stessa per tutti. Sennò come potrebbe un trilingue portoghese-greco-danese avere uno scambio serio con un trilingue finnico-tedesco-francese? I genitori esigeranno quindi che la lingua imparata più a fondo sia l’inglese. Quanto agli alunni di lingua inglese, la maggior parte sarà poco motivata all’apprendimento di altre due lingue, poiché sanno che, dovunque vadano, potranno tirarsi d’impaccio con la loro lingua madre. Ora, il principale fattore di successo nell’apprendimento di una lingua è la motivazione. Paradosso: si sprona il trilinguismo per salvaguardare la diversità, per assicurare una migliore conoscenza reciproca di tutti gli Europei, ma in effetti li si porta ad una diretta sottomissione all’anglofonia, con, come conseguenza, l’assimilazione di un modo di pensare che non ha niente a che vedere con le tradizioni mentali e culturali dell’Europa continentale.

Quindi non andiamo verso un trilinguismo generalizzato dove tutti sarebbero più o meno allo stesso livello, ma verso un bilinguismo più o meno effettivo con il rafforzamento dell’ineguaglianza tra i popoli. I popoli non si trovano su un piano di parità di fronte all’inglese: i Germanici sono favoriti in confronto ai Latini, e i Latini in confronto agli Slavi e agli altri Baltici. L’inglese è fondamentalmente una lingua germanica, dunque vicina alle lingue scandinave, al tedesco e all’olandese. Ha molto in comune con queste lingue, non solo a livello di lessico base e di grammatica, ma a dei livelli molto più sottili. C’è uno spirito comune alle lingue di questo ceppo che è estraneo alle lingue neolatine e slave. Ma se le persone di lingua romanza sono svantaggiate rispetto ai Germanici, esse sono in una situazione molto più favorevole di quelle dell’Europa orientale.

Una delle difficoltà dell’inglese riguarda il suo immenso vocabolario, che rappresenta circa il doppio di quello di un’altra lingua europea, poiché un enorme apporto francese e latino si è aggiunto alla base germanica senza sostituirla. Non si sa l’inglese se non si conoscono contemporaneamente fraternal e brotherly, liberty e freedom, vision e sight. Un occidentale conosce già uno dei due termini, ma un Ungherese o un Estone no. L’adozione dell’inglese come mezzo di comunicazione internazionale crea una gerarchia tra i popoli: non è democratica.


Una soluzione davvero realistica

L’unica possibilità di evitare un rafforzamento della posizione egemonica dell’inglese implica una presa di coscienza da parte delle autorità e dei mezzi di comunicazione di massa. Purtroppo questa presa di coscienza urta contro un’enorme resistenza. Il tema che sto per introdurre ora è un tema in cui i luoghi comuni sono estremamente diffusi e in cui le persone che hanno realmente aperto il fascicolo sono poco numerose. Mi affido alla vostra apertura mentale e vi invito ad ascoltarmi senza preconcetti. Tutto ciò che sto per dire si fonda, da un lato, sulla mia esperienza, soprattutto sulla mia infanzia, e dall’altro, su di uno studio dei fatti di ordine culturale, pedagogico, linguistico, fonetico e neuropsicologico. Poiché si tratta di fatti, tutto quanto mi accingo a dire è perfettamente verificabile, anche se ciò sembra sbalorditivo.

Esiste un trilinguismo realistico, esente dagli inconvenienti di quello di cui ho parlato fin qui: il trilinguismo “lingua madre – esperanto – altra lingua”.

L’esperanto è interamente fondato sul diritto di generalizzare ogni tratto linguistico. Ciò significa, dal punto di vista neuropsicologico, che fa l’economia di tutti i riflessi secondari o terziari messi a punto nelle altre lingue per inibire i primi riflessi impiantati. L’alunno che impara un’altra lingua ha l’impressione di essere impegnato in un percorso che un sadico ha cosparso di tranelli apposta per farlo incespicare. Ora, l’impianto dei riflessi che impediscano di cadere in queste trappole rappresenta circa il 90% del tempo necessario all’acquisizione di una lingua. Siccome, in esperanto, queste trappole non esistono, il risparmio del tempo necessario all’apprendimento è enorme. Un mese di esperanto conferisce un livello di comunicazione paragonabile a quello che un’altra lingua dà in un anno. Detto altrimenti, dopo sei mesi di esperanto, a parità di ore settimanali, l’alunno ha una capacità di comunicare equivalente a quella che possiede, per un’altra lingua, al termine dei suoi studi superiori. Questo significa che basta insegnare l’esperanto per un semestre, o alla fine dell’istruzione elementare o all’inizio di quella secondaria, per realizzare la prima tappa: il bilinguismo “lingua nazionale – lingua internazionale”. Per tutto il resto della scolarità, quindi, l’alunno dispone, per imparare la terza lingua, di tutte le ore attualmente consacrate alla seconda.


Aspetti relazionali e pedagogici

Le possibilità di conseguire un buon livello in questa terza lingua sono tanto più reali in quanto l’esperanto presenta dei vantaggi considerevoli in qualità di materia propedeutica, cioè per la preparazione allo studio delle lingue. Un francese che impara il tedesco deve disabituarsi a un sistema complesso, rigido e arbitrario per trasformare in nuove abitudini un altro sistema complesso, rigido e arbitrario. Per passare da “je vous remercie” a “ich danke Ihnen”, bisogna modificare i riflessi riguardanti la collocazione del pronome e quelli che si riferiscono alla natura diretta o indiretta del complemento oggetto.

Se ho usato il termine “arbitrario” è perché questa sostituzione di riflessi non ha niente a che vedere con le esigenze della comunicazione. Se dico “je remercie à vous [= ringrazio a voi]”, che è la traduzione letterale dell’espressione tedesca, mi capite perfettamente. La comunicazione passa per quanto riguarda il contenuto. Ciò che differisce dalla comunicazione normale è che ho un’aria strana, non siamo sullo stesso piano. E’ a livello relazionale che c’è un problema.


Può capitare che questo livello relazionale sia importante. Anche se il contenuto dell’enunciato è trasmesso bene, dato che quelli che ascoltano tengono conto del contesto, se si introducono delle connotazioni pesanti, ciò può essere molto fastidioso. Una ministra danese, la sig.ra Helle Degn, aveva appena assunto l’incarico quando ha dovuto presiedere una riunione internazionale. Esprimendosi in inglese ha voluto dire: “Scusatemi, non conosco bene la pratica, sono appena stata nominata” e ha detto “I’m at the beginning of my period” che significa “Sono all’inizio delle mie regole”. Tutti hanno capito ma il suo prestigio ne ha risentito molto.

Quando si parla una lingua straniera, si ha spesso l’aria meno intelligente di quanto non lo si sia.

Dunque se vi dico “je vous remercie à vous”, mi capite ma non do l’impressione di quello che sono in realtà.C’è qualcosa di falsato tra noi.Uno dei vantaggi dell’esperanto è che esso evita questo genere di problemi grazie alla sua grande libertà lessicale e sintattica. In esperanto si può dire, seguendo la struttura francese “je vous remercie”, “mi vin dankas”, seguendo quella inglese “mi dankas vin” e seguendo quella tedesca “je remercie à vous” “mi dankas al vi”. Siccome le tre espressioni sono tutte correnti, nessuna appare strana. Un altro esempio, questa volta riguardo le strutture lessicali. In francese posso dire “vous chantez merveilleusement [= cantate meravigliosamente], ma non mi è consentito di applicare la stessa struttura ai concetti ‘musique’ e ‘beau’: “vous musiqeuz bellement” è comprensibile ma scorretto. In esperanto, come potete dire “vi kantas mirinde” “vous chantez merveilleusement”, così potete dire “vi muzikas bele” o “vi bele muzikas”. In altri termini, il bambino che impara l’esperanto impara ad esprimere il suo pensiero secondo delle forme molto più varie che in qualsiasi altra lingua, e questo senza fare l’esperienza pedagogicamente sfavorevole dell’errore. C’è allargamento del senso e della creatività linguistici senza sensazione di fallimento. È estremamente gradevole e incoraggiante. Posso testimoniarlo. L’esperanto è stata la mia prima lingua straniera. E’ lui che mi ha dato la passione per le lingue.


Un altro vantaggio psicologico dell’esperanto è che esso non obbliga a rivestire un’altra identità. Imparare a pronunciare l’inglese, è imparare a scimmiottare gli Anglosassoni. Molti giovani che hanno fisicamente tutto quanto serve loro per pronunciarlo come conviene, non ci riescono a causa di un blocco psicologico. Per imitare la pronuncia inglese bisogna rinunciare ai propri modi francesi di posizionare la lingua, le labbra, il velo palatale, ecc. Ciò è spesso vissuto come una perdita d’identità. In esperanto tutti hanno un accento straniero e variazioni di pronuncia molto grandi sono considerate del tutto normali. L’esperienza prova che, a differenza di quanto succede con l’inglese, esse non nuocciono alla comprensione per ragioni fonetiche che sarebbe troppo lungo esporre qui. In altre parole, l’esperanto prima di un’altra lingua è come le scale prima del concerto, come la ginnastica prima di sciare; è un mezzo per prendere sul serio l’articolazione tra due sistemi rigidi e arbitrari. L’esperienza prova che è un mezzo efficace. Una classe che ha fatto un anno di esperanto seguito da cinque di tedesco arriva, in tedesco, allo stesso livello di una classe che ha fatto sei anni di tedesco, senza perdere niente.


Se le nostre autorità, i nostri rappresentanti al Parlamento europeo e nei parlamenti nazionali, i partiti politici, l’élite universitaria, economica e culturale volessero veramente che gli Europei mantenessero la loro diversità linguistica, conservassero la loro identità con rispetto delle diverse identità, allargassero i loro orizzonti culturali e comunicassero tra loro, qualunque sia il loro paese, con la stessa disinvoltura che nella loro lingua madre, riconoscerebbero che il trilinguismo “lingua madre – esperanto – altra lingua” si presenta come l’unica soluzione realista. È la conclusione cui si giunge allorché si guarda da vicino come le cose si svolgono in realtà. Insisto su questo obbligo di guardare alla realtà perché il discorso sulle lingue, così come si svolge nei ministeri, negli organismi europei e nei mezzi di comunicazione di massa, non si basa praticamente mai sullo studio del reale. Minimizza l’importanza dell’handicap linguistico nella vita quotidiana, minimizza terribilmente la difficoltà delle lingue, lascia grande spazio al “laissez faire”e fa come se l’esperanto fosse un’idea, un progetto e non una realtà linguistica facilmente osservabile.


La formula che propongo è quindi l’unica realistica sul piano del contenuto, sul piano tecnico, se così si può dire. Purtroppo temo che non sia ancora realistica dal punto di vista socio-politico-psicologico. Da una parte le forze sociali che spingono al monopolio dell’inglese sono estremamente potenti. Hanno a che fare con il potere, con la situazione sociale, con interessi economici, ma anche con fattori molto influenti come la moda e lo snobismo. D’altra parte, c’è una resistenza tenace ad aprire il fascicolo “esperanto”. È un campo in cui le persone altolocate, ma spesso anche i giornalisti e molti linguisti giudicano senza studiare i fatti, come se sapessero in anticipo tutto quel che c’è da sapere, come se ci si potesse fare un’idea della natura e del funzionamento dell’esperanto e della cultura che gli è associata, senza documentarsi e senza osservare come esso si presenta laddove è utilizzato.


Eppure, la posta è enorme sia per i valori rappresentati dalla diversità linguistica sia per l’uguaglianza tra i popoli, e dunque la democrazia. Molti sono coscienti dell’importanza di questa posta. Ma quelli che si prendono la briga di informarsi seriamente sui vari modi di affrontarla, studiando come le cose si svolgono in pratica e facendo i paragoni senza i quali non si può avere una visione oggettiva della realtà, sono, ahimè, estremamente pochi.


Per fortuna, come diceva Lincoln, si può nascondere una parte della verità a una parte della popolazione per un lasso di tempo, ma non si può nascondere tutta la verità a tutta la popolazione per tutto il tempo. Una presa di coscienza può quindi intervenire in modo inatteso e, una volta presa coscienza, le cose possono andare molto in fretta. Chissà se, proclamando il 2001 “Anno europeo delle lingue”, il Consiglio d’Europa non ha preso l’iniziativa necessaria, per stimolare la ricerca coscienziosa della verità e dunque delle soluzioni che escono dalle piste battute?

Claude Piron